Raffaello Sanzio, Autoritratto, 1506 circa
Raffaello Sanzio, Autoritratto, 1506 circa

L’eterno mito di Raffaello

Cinquecento anni fa moriva il genio urbinate

Ineguagliabile. Prodigioso. Classico, nel senso più puro del termine. Raramente nella storia dell’arte, il genio e la sensibilità di un artista hanno avuto un’eco così profonda. Già per i suoi contemporanei Raffaello era il “pittore divino” e oggi il suo mito riverbera più forte che mai in occasione del cinquecentenario della morte.

Ha soltanto trentasette anni Raffaello Sanzio quando muore improvvisamente nella notte del 6 aprile 1520, giorno del Venerdì Santo, dopo giorni di febbre altissima e costante. È al culmine della sua carriera, sovraccarico di commesse e incarichi, molti dei quali rimasti purtroppo incompiuti o completati da altri. Attorno al suo letto di morte, sgomenti e afflitti, ci sono i suoi allievi e collaboratori, ma anche i principali umanisti e letterati del tempo, come l’amico fraterno Baldassarre Castiglione, e papa Leone X, tra i più grandi estimatori e committenti di Raffaello. Appeso nella stanza, l’ultimo dipinto eseguito, sorta di testamento spirituale: quella magnifica Trasfigurazione considerata dal Vasari “la più celebrata, la più bella e la più divina” tra le opere dell’Urbinate. La notizia della prematura scomparsa di Raffaello fa subito il giro delle principali corti italiane. “Lasciando questa corte in grandissima et universale mestitia per la perdita della speranza de grandissime cose che se expectavano da lui, quale haverebono honorato questa etade”, scrive il conte Pandolfo Pico della Mirandola alla marchesa Isabella d’Este.

Raffaello Sanzio, Trasfigurazione, 1518-1520.
Raffaello Sanzio, Trasfigurazione, 1518-1520.

Il 7 aprile 1520 è tutta Roma a dare il suo ultimo saluto al maestro nel corso di una solenne cerimonia funebre. Secondo la volontà dello stesso artista, la sepoltura avviene nel Pantheon, in un’edicola che qualche tempo prima aveva fatto appositamente restaurare e ornare da una splendida Madonna col bambino. A confermare la straordinaria stima di cui il Sanzio gode è l’epitaffio latino inciso sulla lapide, composto quasi certamente da Pietro Bembo: “Qui giace Raffaello. Finché fu vivo, la Natura temette di essere vinta da lui. Quando morì, temette di morire con lui”.

Tutti, insomma, piangono un genio che avrebbe potuto creare ancora chissà quali e quante straordinarie opere. Ad andarsene, infatti, non è solo il più celebre pittore vivente, ma anche l’architetto capo della Fabbrica di San Pietro e un appassionato e attento studioso di antichità, intento a rilevare i più importanti monumenti della Roma dei Cesari per poi un giorno, magari, poterla miracolosamente far rivivere.

Come giunge Raffaello a tali vette, consegnandoci tanti magistrali capolavori? Seppur breve, il suo cammino è stato intenso e ricco: di incontri importanti, di occasioni propizie, di sfide appassionanti e scelte vincenti. Ma soprattutto, è segnato dalla continua volontà di superare se stesso e gli altri, di sperimentare le soluzioni più innovative, di guardare avanti facendo tesoro del passato.

L’esser nato e l’aver trascorso la prima giovinezza a Urbino gioca un ruolo fondamentale nella primissima formazione di Raffaello. La città marchigiana è nella seconda metà del Quattrocento  un centro artistico di primaria importanza, culla degli ideali rinascimentali. Il padre di Raffaello, poi, è il pittore Giovanni Santi, “uomo di buono ingegno, e atto a indirizzare i figli per quella buona via, che a lui, per mala fortuna sua, non era stata mostrata nella sua bellissima gioventù”, come scrive Giorgio Vasari ne Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori. È dunque nella bottega paterna che l’artista apprende le basi delle tecniche artistiche. A segnare la sua iniziale formazione, inoltre, è anche la frequentazione della bottega del Perugino. La precoce vocazione di Raffaello per l’arte, del resto, è testimoniata da una delle primissime opere a lui attribuite, realizzata a soli 15 anni: la Madonna di Casa Santi, soave pittura murale che è possibile ammirare nella casa natale dell’artista.

Dopo la prematura morte del padre, Raffaello ne eredita l’attività assieme ad alcuni collaboratori. Si trasferisce quindi in Umbria, a Città di Castello, dove riceve le prime commissioni indipendenti. Neanche maggiorenne, l’artista è già considerato un pittore autonomo, apprezzato per il suo talento fresco e innovativo. Lo splendido Sposalizio della Vergine, oggi conservato alla Pinacoteca di Brera, è tra le opere di questa prima fase giovanile che meglio testimoniano le sue innate abilità pittoriche e la capacità di affrancarsi dagli stilemi perugineschi grazie a una maggiore naturalezza nella resa delle figure e dello spazio.

Raffaello Sanzio, Sposalizio della Vergine, 1504
Raffaello Sanzio, Sposalizio della Vergine, 1504

Lasciata l’Umbria, l’artista punta verso Firenze, attratto dal fervente clima artistico cittadino e incuriosito dalla presenza di Leonardo e di Michelangelo, impegnati rispettivamente nella realizzazione degli affreschi della Battaglia di Anghiari e della Battaglia di Cascina. Anche in terra toscana le commissioni di facoltosi mecenati non tardano ad arrivare per Raffaello: risalgono al periodo fiorentino, per esempio, lavori esemplari come la Madonna del Cardellino, la Madonna del Belvedere, la Sacra Famiglia Canigiani e i ritratti dei coniugi Agnolo e Maddalena Doni. Nella bella Firenze, Raffaello ha modo di sviluppare e arricchire ulteriormente il proprio linguaggio figurativo, confrontandosi tanto con i grandi modelli quattrocenteschi (Masaccio, Donatello…) quanto con le ultime imprese di Michelangelo e Leonardo. Ne assimila la loro lezione, rielaborandola però in modo del tutto personale e spontaneo e imbevendo le sue opere di una grazia e un’armonia eccezionali.

Proprio mentre è al lavoro per la sua prima grande commissione religiosa a Firenze, la pala d’altare della Madonna del Baldacchino, Raffaello viene chiamato con urgenza a Roma da papa Giulio II: è la svolta più importante della sua carriera. Il pontefice sta attuando una maestosa opera di rinnovamento artistico e urbanistico della città, e in particolare del Vaticano, e per far ciò vuole radunare a Roma i migliori artisti in circolazione, tra cui Michelangelo, incaricato di decorare la volta della Cappella Sistina, Bramante, nominato sovrintendente generale delle fabbriche papali, e, appunto, Raffaello.

Così, appena venticinquenne, l’Urbinate approda nella Città Eterna, enorme fucina di innovazioni artistiche, invitato a unirsi a una squadra di pittori provenienti da tutta Italia per decorare i nuovi appartamenti papali. Qui, non fa in tempo a completare la volta del primo ambiente, che il pontefice, impressionato dal suo talento, decide di affidargli la totalità dei lavori. Nel 1508, ha così avvio la decorazione pittorica delle quattro stanze dette “di Raffaello”, tripudio di equilibrio, ricchezza e meraviglia. Tra tutte, la più solenne è la Stanza della Segnatura, la prima a cui Raffaello mette mano, con quella Scuola di Atene che resta tra i vertici assoluti dell’arte rinascimentale.  

Dopo la morte di papa Giulio II nel 1513, il suo successore, Leone X, conferma a Raffaello tutti gli incarichi. Ma non ci sono solo i lavori in Vaticano in questo periodo. Sono tanti i committenti che fanno a gara per accaparrarsi le sue opere: ritratti, decorazioni, Madonne col bambino… C’è, per esempio, il ricco banchiere Agostino Chigi, per il quale Raffaello decora superbamente Villa Farnesina e progetta la Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo. Ci sono i tanti affascinanti ritratti per personalità più o meno illustri: Baldassarre Castiglione, gli stessi pontefici Giulio II e Leone X, e poi il celeberrimo ritratto di donna noto come La Fornarina, esempio magistrale di fusione tra dolcezza e sensualità. Senza dimenticare le bellissime e innovative pale d’altare della  Madonna Sistina e dell’Estasi di santa Cecilia, in cui divino e terreno si intrecciano in modo sublime.

Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1518-1519
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1518-1519

Tanta è la mole di lavoro richiesto in quest’ultimo periodo della sua fugace esistenza, che Raffaello è costretto a mettere in piedi una grande bottega, una vera e propria impresa in cui si forma  un’intera generazione di artisti. Come se non bastasse, giungono dal papa anche l’incarico di sovrintendente ai lavori della Basilica di San Pietro, in seguito alla morte di Bramante, e la creazione dei cartoni per gli arazzi della Cappella Sistina. Sotto il pontificato di Leone X, inoltre, Raffaello ha anche l’impegnativo compito di eseguire uno studio approfondito dei principali monumenti di Roma antica, attraverso una vera e propria indagine archeologica e filologica (che rimane purtroppo incompiuta alla sua morte).

Raffaello Sanzio, Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi, 1518
Raffaello Sanzio, Ritratto di Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi, 1518

Durante gli anni romani, il confronto con il mondo classico assume per l’artista un’importanza vitale. La consapevolezza della inderogabile necessità di preservare i capolavori dell’antichità è alla base della celebre lettera di Raffaello a Leone X, scritta nel 1519 a quattro mani con Baldassarre Castiglione. Si tratta della prima vera riflessione sull’importanza della tutela e della conservazione del patrimonio storico-artistico, come dire l’embrione dell’articolo 9 della Costituzione Italiana. Anche questo ci dice molto sul grandioso esempio e sull’impareggiabile lascito del maestro di Urbino nella storia dell’arte.

Francesca Cogoni
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