Louise Bourgeois ritratta da Robert Mapplethorpe nel 1981
Louise Bourgeois ritratta da Robert Mapplethorpe nel 1981 (Keystone)

Louise Bourgeois

Fare, disfare, rifare

“I am a searcher... I always was... and I still am... searching for the missing piece”. Per tutta la vita, ossessivamente e caparbiamente, Louise Bourgeois ha cercato di ricomporre il puzzle intricato della sua esistenza, trasmutando in arte le sue paure, i suoi traumi e i suoi conflitti interiori.

Scomparsa il 31 maggio 2010 all’eta di 98 anni, ha lasciato un solco profondo nell’arte del Novecento e dei primi anni Duemila. Eppure, non bramò mai il successo: mal sopportava i clamori e le lusinghe, le inutili etichette e i dettami del mercato. Per buona parte della sua vita, la sua produzione faticò a emergere, tanto che la meritata fama arrivò solo in età avanzata. Ma questo non conta, perché per lei creare, e soprattutto scolpire, era “un atto di sopravvivenza”, “una garanzia di salute mentale”, “un esorcismo”. Di rado temi come la memoria, l’abbandono, il dolore, la paura, la rabbia, il desiderio e le relazioni familiari sono stati sviscerati e rappresentati con tale forza evocativa e tale intensità. Per questo le opere di Louise Bourgeois non cessano di tessere trame complesse e avviluppanti, destando turbamento e meraviglia.

 

“La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma”. Per addentrarsi nell’universo artistico di Louise Bourgeois occorre partire proprio da qui, dai fantasmi della sua infanzia. Tutti i suoi lavori sono profondamente autobiografici e affondano le radici nel passato, nei ricordi infantili e nel rapporto complesso con i genitori, parigini della buona borghesia che restauravano e vendevano arazzi antichi.

Un fratello minore e una sorella maggiore, una grande casa alle porte di Parigi, prima accanto alla Senna e poi lungo il fiume Bièvre, con un rigoglioso giardino in cui giocare e cogliere fiori e frutta, studi al Lycée Fénelon… sembrano gli elementi di un’infanzia e di una giovinezza apparentemente luminose, ma celano in realtà molti lati oscuri. La madre di Louise Bourgeois, donna forte e irreprensibile, ma di salute cagionevole, muore quando lei è poco più che ventenne; il padre è un uomo egoista, poco presente e per giunta donnaiolo, tanto da farsela con la giovane istitutrice inglese dei piccoli Bourgeois: un tradimento e una ferita che tormenteranno l’artista per tutta la vita. Fin da piccola, Louise dà una mano nell’impresa di famiglia, progettando e disegnando modelli per gli arazzi che necessitano di riparazione. Dopo il baccalauréat, si iscrive alla Facoltà di Matematica della Sorbonne, che lascia però ben presto per studiare arte, passando rapidamente da una scuola all’altra: prima all’École des Beaux-Arts di Parigi, poi in svariate accademie private, come la storica Académie de la Grande Chaumière di Montparnasse e l’atelier di Fernand Legér (tra i pochi artisti che Bourgeois stimerà veramente, accanto all’amatissimo Francis Bacon), fino all’Ecole du Louvre. Ma, nel 1938, per la giovane Bourgeois arriva una grande svolta: conosce e sposa lo storico dell’arte americano Robert Goldwater e con lui si trasferisce a New York, o meglio “fugge” al di là dell’oceano, lasciandosi dietro gli affetti, i conflitti irrisolti e i patimenti. Nella sua nuova vita americana, Bourgeois comincia a dedicarsi con costanza alla pittura e all’incisione, cercando di conciliare per quanto possibile l’attività di artista e il ruolo di madre di tre figli.

In questo primo periodo, partecipa ad alcune mostre collettive e frequenta gli artisti e intellettuali europei emigrati a New York, come Marcel Duchamp, mantenendosi però sempre ai margini della scena artistica, lavorando più per un suo incontenibile bisogno di esprimersi e di dare forma alle proprie emozioni. Tra le opere più interessanti di questi anni, vi è la serie delle Femme Maison, raffiguranti nudi corpi femminili con delle case al posto delle teste. Casa come rifugio o trappola, protezione o minaccia? È una dicotomia che tornerà spesso nei lavori dell’artista.

 

Dalla fine degli anni Quaranta, la scultura diventa il medium prediletto di Louise Bourgeois, quello con cui concretizzare appieno le proprie visioni, attraverso materiali sempre più vari, dal legno al marmo, passando per il lattice. “Il mio fine è ri-vivere un’emozione del passato […]. La mia scultura mi permette di riempire la paura, di darle fisicità, così da farla a pezzi. Nella mia scultura oggi dico ciò che non riuscivo a formulare in passato. Mi consente di ri-esperire il passato, di vederlo nelle sue proporzioni oggettive e realistiche”. 

In coincidenza anche di un lungo periodo di psicoanalisi, Bourgeois inizia a dare vita a sculture dalle forme via via più flessibili, organiche, in bilico tra astrazione e figurazione, spesso sospese o contraddistinte da forti allusioni sessuali: Fillette, Janus Fleuri, Femme Couteau, The Destruction of the Father sono alcune delle opere più significative degli anni Sessanta-Settanta. Forme falliche, grappoli di seni, frammenti di corpi, sculture in cui si fondono maschile e femminile si susseguono portando a galla problematiche profonde, che trattano di forza e fragilità, distruzione e catarsi, rabbia e tenerezza, vita e morte. “Il mio lavoro giovanile è paura di cadere. Poi è diventata l’arte di cadere. Cadere senza farsi male. Infine l’arte di non mollare”, così l’artista spiega la sua personale evoluzione, il suo cammino accidentato.

Nel 1982, è una grande retrospettiva al MoMA di New York a portare finalmente Louise Bourgeois sull’olimpo dell’arte. Si tratta della prima mostra personale che il celebre museo dedica a una donna: meglio tardi che mai, per il MoMA, e soprattutto per l᾿artista, che ha ormai 71 anni ma continua a lavorare alacremente, senza scendere a compromessi o mutare il suo atteggiamento franco e fieramente controcorrente. Da questo momento in poi, si moltiplicheranno mostre personali e riconoscimenti, come il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia del 1999.

Negli anni Novanta, Louise Bourgeois dà vita ai monumentali Spider, affascinanti e al tempo stesso inquietanti ragni di bronzo che rappresentano un’ode alla figura di sua madre: “intelligente, paziente, rassicurante, delicata, lavoratrice, indispensabile e, soprattutto, una tessitrice, come il ragno”. E poi ci sono le altrettanto perturbanti Cells, installazioni contenenti assemblaggi di vari oggetti legati al vissuto quotidiano. Ogni cella corrisponde a un diverso tipo di dolore (fisico, psicologico, emotivo…).

 

Per Louise Bourgeois non vi era creazione senza distruzione, e viceversa: fare, disfare, rifare (per riprendere il titolo di una delle sue opere, I Do, I Undo, I Redo del 1999-2000) era il suo modo di operare, sempre a partire dalla rielaborazione di memorie ed emozioni. “Ho bisogno dei miei ricordi. Sono i miei documenti. […] Bisogna distinguere i ricordi: se sei tu ad andare da loro, stai perdendo tempo. La nostalgia è improduttiva. Se vengono da te, sono dei semi di scultura”.

Dimostrando una resilienza e una tenacia straordinarie, Louise Bourgeois ha continuato a fare arte (e a scrivere, vista la copiosa quantità di diari e appunti lasciati) fino alla fine dei suoi giorni, aiutata dal suo fidato assistente Jerry Gorovoy. Il suo lavoro non incarna soltanto i suoi incubi e le sue ansie, ma rispecchia in modo più universale la condizione di forza e vulnerabilità propria di ciascun essere umano, abitato e mosso da un insieme di paure, desideri e impulsi contrastanti. Talvolta ci si sente come dei giganteschi ragni, altre volte come dei corpi disgregati.

(Le citazioni dell’artista sono tratte dal volume "Louise Bourgeois. Distruzione del padre, Ricostruzione del padre. Scritti e interviste 1923-2000", a cura di M.L. Bernadac e H.U. Obrist, Quodlibet 2009).

Francesca Cogoni
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