Lucio Mastronardi

Volgarità, ignoranza e provincialismo sono ormai ovunque

Nella storia della letteratura ci sono molte città che la pagina scritta ha reinventato e rimodellato in coordinate esistenziali. Si tratta principalmente di grandi città, che in un dato periodo storico e in virtù di determinate contingenze sono diventate per così dire un reagente di estrema precisione. Ma a ben vedere non è affatto necessario essere una metropoli di milioni di abitanti per diventare un luogo letterario e una coordinata esistenziale.

Anzi, in un mondo ridotto a un’unica e più o meno indifferenziata “suburbia” (la periferia, ormai, si è mangiata il centro, diceva giustamente Ennio Flaiano), il reagente che indica mutamenti e trasformazioni è forse individuabile nella “provincia”,  trasformatasi nel frattempo in una rognosa tignosa e cancerosa periferia e suburbia della megalopoli.

E poi non è nemmeno necessario andare troppo lontano, nella leggendaria “Yoknapatawpha County” di William Faulkner oppure in qualche landa desolata ai margini del cosiddetto mondo civilizzato. Basta infatti fare sosta da qualche parte a nord di Milano alias “Pastrufazio”, nelle “tenebrose fonazioni” della Brianza di “Lukones” e “Novokomi”, consegnata a futura nonché imperitura memoria da Carlo Emilio Gadda ne “La cognizione del dolore”. Oppure a sud di Milano, per esempio nella Lomellina e più precisamente a Vigevano, conosciuta a suo tempo come la “capitale italiana delle calzature”: una cittadina “ridente e industriosa”, dicevano i vecchi manuali scolastici, impreziosita dalla splendida Piazza Ducale con la Torre del Bramante.

I suddetti manuali scolastici (per i quali anche il buco più infame e sperduto era una località “ridente e industriosa”) tralasciavano tuttavia tre aspetti di non secondaria importanza: i nebbioni invernali da brughiera tedesca, l’umidità da foresta cambogiana nell’interminabile stagione estiva e il fatto che la tanto decantata industriosità, negli anni del boom economico, aveva sicuramente elevato Vigevano al rango di capitale italiana delle calzature, ma con un tremendo contrappasso. Il miraggio del benessere e il paradiso più o meno artificiale del tenore di vita (“i soldi fanno soldi”, recitava uno dei comandamenti dell’epoca) avevano infatti trasformato Vigevano in una gabbia di mattoidi, dove in ogni angolo si lavorava praticamente ventiquattr’ore al giorno per incrementare il più possibile la produzione e conseguentemente i guadagni.

L’altissimo prezzo da pagare (e amaramente pagato, ma in questo caso i soldi c’entrano solo in parte) può essere riassunto in un paio di domande. E l’idea di un luogo dove abbia un senso non solo lavorare produrre guadagnare, ma anche vivere e morire? L’idea di un luogo come una possibile dimora alla quale si appartiene veramente? Idiozie per anime belle, come sottolineò acutamente Giorgio Bocca in un celebre e durissimo reportage da Vigevano, pubblicato su “Il Giorno” nel gennaio 1962: «Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi. Se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una. Diciamo che il leggere non si concilia con il correre, e qui, sotto la nebbia che esala dal Ticino, è un correre continuo e affannoso».

Fabbriche e fabbrichette, laboratori scantinati e abituri, soffitte e perfino camere da letto, giovani e vecchi, col corollario di esalazioni tossiche spesso letali a medio e lungo termine: lavoro lavoro e poi ancora lavoro con l’unico scopo “de fa i dané”, per dirlo nel dialetto del luogo. Negli anni del boom, soprattutto in Lombardia, c’erano altre realtà di provincia abbastanza simili (basti pensare a Cantù e all’artigianato del mobile), ma Vigevano è rimasta nella memoria e nell’immaginario collettivo perché è diventata un luogo letterario grazie alla trilogia narrativa di Lucio Mastronardi, che alcuni mesi prima del reportage di Bocca aveva pubblicato il romanzo “Il Maestro di Vigevano” (dal quale venne tratto l’omonimo film di Elio Petri con Alberto Sordi), pannello centrale di un trittico completato da “Il calzolaio di Vigevano” e “Il meridionale di Vigevano”.

Ma non era soltanto questione di narrativa e reinvenzione letteraria della realtà. Quella di Mastronardi è stata piuttosto una rivolta impossibile contro un contesto sociale che in un momento di apparente splendore era già pienamente intaccato dal degrado e dalla decadenza. Già allora, infatti, per riprendere una felice definizione di Carlo Levi, l’Italia aveva cominciato ad assumere un volto che non somigliava affatto ai più sensibili dei suoi abitanti. I motivi, a parte il mito del benessere e del tenore di vita, sono presto detti: la retorica come unico collante nazionale, la bassa politica, il provincialismo figlio del campanilismo, la strettezza degli orizzonti, la volgarità che non sa di essere tale, l’ignoranza che invece sa di essere tale, e come tale si esibisce. Perché il provincialismo non è mai una condizione data, non è mai un destino. E’ una scelta. Esattamente come la volgarità e l’ignoranza.

Lucio Mastronardi lo aveva perfettamente capito. Nato a Vigevano nel 1930 e morto suicida nelle acque del Ticino nel 1979, maestro di scuola in un contesto refrattario all’idea dell’apprendimento come valore e non come mezzo per un fine (il denaro, ovviamente), e soprattutto esponente della piccola borghesia impiegatizia, che nelle province del profondo nord italiano venne soppiantata dall’arroganza cialtrona e cafona dei “nouveaux riches”, nella sua trilogia narrativa Mastronardi ha raccontato il proprio ambiente riuscendo nello stesso tempo a raccontare un’epoca che sembra lontanissima, quasi archeologica, e invece continua ad allungare la propria triste ombra su un presente che ne sta ancora scontando miraggi e illusioni.

Vigevano, almeno apparentemente, è cambiata, non è più la capitale dell’industria calzaturiera (gli schiavi delle tomaie sono altrove, e hanno un altro colore della pelle), la “provincia” di allora non è più la stessa, ma nell’Italietta dell’eterno gattopardismo tutto cambia per rimanere in ultima analisi sempre uguale, soprattutto nelle coscienze. Ecco perché, allora come oggi, la Vigevano di Mastronardi è non solo un luogo geografico, ma anche e soprattutto una condizione dell’anima: il “catrame” che assedia, si appiccica e infine soffoca il povero maestro Mombelli alias Mastronardi è ormai diventato una seconda pelle. Forse l’unica, non solo in Italia ma un po’ ovunque e cioè in nessun luogo, nelle nuove e scintillanti lande desolate.

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