Metallica

I 30 anni del Black Album: metal per le masse

Ancora prima di ascoltarlo lo si vedeva già dal titolo, che ufficialmente è il nome del gruppo: Metallica. E poi da quella copertina praticamente monocromatica dove le uniche concessioni sono il logo che si intravede appena e un serpentello arrotolato e pronto a mordere, retaggio di una bandiera della rivoluzione che portò alla guerra d’indipendenza americana. Una copertina tutta nera, sullo stile di Back in Black degli AC/DC, che lo farà passare alla storia semplicemente come il Black Album. Niente fronzoli. Accidenti se non era andare da subito dritti al punto…

Uscì trent’anni fa, il 12 agosto del 1991 e anche quel disco fu una rivoluzione, un autentico spartiacque. Esplose come una bomba, dimostrò che musica autenticamente heavy poteva essere un successo commerciale senza precedenti e trasformò i Metallica da brillanti giovani leoni in fenomeno mondiale: segnò la carriera del gruppo californiano e sintetizzò la musica metal in una formula appetibile per le masse.

Evidentemente, i tempi erano maturi perché tutto questo succedesse. Il 1991 –soprattutto negli ultimi sei mesi – a livello di musica rock fu un momento storico. Fu l’anno in cui cambiarono i parametri: le imbellettate band che fino ad allora sembravano le uniche a trovare spazio nelle classifiche insieme ai loro colleghi propriamente pop, finirono – anche se non di colpo, certo – soppiantate da una masnada di ragazzi arruffati, che dall’underground si ritrovarono, quasi per magia, in cima al mondo. Quello che fino a due minuti prima veniva schifato come la peste dai dirigenti delle grosse majors discografiche ora diventava oggetto di una caccia sfrenata da parte degli A&R. Si pensa a quell’anno e la prima cosa che viene in mente probabilmente è l’ascesa del grunge, con Nevermind dei Nirvana che in autunno è clamorosamente al primo posto di Billboard mentre Mtv bombarda il mondo con il video di Smells Like Teen Spirit. Ma il primo segnale dell’onda di marea che stava cambiando non venne dal grunge, arrivò proprio con il successo planetario del Black Album dei Metallica.

Non che nel 1991 James Hetfield, Lars Ulrich, Kirk Hammet e Jason Newsted – ultimo arrivato nel gruppo, dopo che nel 1986 un fatale incidente stradale si era portato via lo storico bassista Cliff Burton – fossero degli sconosciuti. Tutt’altro.  Nei dieci anni trascorsi dalla fondazione dei Metallica a Los Angeles fino a quel fatidico momento, il loro era stato un percorso ascendente e folgorante. Dal primo album Kill ’em All del 1983 in avanti, la band aveva rimodellato insieme a una manciata di colleghi come Slayer, Megadeth, Anthrax o Exodus il volto delle sonorità più dure del rock, creando quello che si chiama thrash metal. Veloce, furioso, aggressivo, il thrash in quel decennio creò proseliti un po’ dappertutto, pur rimanendo un fenomeno minore a livello di vendite in ambito hard rock rispetto ai nomi che negli anni Ottanta trovavano spazio nelle classifiche, dagli enormi AC/DC ai vari Bon Jovi, Whitesnake, Aerosmith o la galassia glam di Los Angeles dei Mötley Crue o dei Poison, realtà ben lontane per sonorità e look dai jeans strappati e dal piglio incendiario dei giovani thrasher. A guardare tutto quanto da vicino i dettagli sarebbero molto più sfumati, i confini meno marcati (i Guns N’Roses insegnano), i distinguo si moltiplicherebbero all’infinito, così come la lunghezza di questo articolo. Ma grosso modo così stavano le cose.

Ancora ben lontani dallo sdoganamento mondiale, dunque, ma amati ogni giorno di più da un pubblico che continuava ad aumentare, i Metallica in questa cornice si erano fatti largo scolpendo gli stilemi del thrash. Dischi come Ride the Lightning o l’eterno classico Master of Puppets ne sono ancora oggi i capisaldi. …And Justice for All poi, alla fine degli anni Ottanta, aveva riassunto tutto in una maniera cupa, molto complessa, a tratti complicata tanto da essere definita quasi prog, ma carica di emozioni. Da quel ribollente brodo di band che li aveva visti nascere, i Metallica stavano emergendo più di tutti e si erano già conquistati posizioni di rilievo nei cartelloni dei festival o dei tour, che fino ad allora li avevano visti spesso fare da spalla ad artisti della vecchia guardia – ma dall’occhio molto lungo – come Ozzy Osbourne. C’è chi si sarebbe accontentato di tutto questo successo. Loro no.

Quanto ci sia stato di preparato nei dettagli come in una campagna di guerra e quanto sia stato semplicemente generato dal naturale desiderio di una band che dopo aver creato un nuovo genere e averlo ormai codificato in tutto e per tutto voleva espandere la sua influenza, si può discutere. Sta di fatto che se i Metallica volevano passare a un livello superiore pur rimanendo loro stessi, qualche cambiamento dovevano pur farlo.

“Ho passato sei mesi ad ascoltare solamente gli AC/DC e questo ha cambiato completamente il mio approccio al songwriting”, raccontava il batterista Lars Ulrich, citato dalla rivista Classic Rock. L’autore principale dei Metallica insieme a James Hetfield, si riferisce al periodo che precedette la lavorazione del Black Album protrattasi dall’abbozzo dei primi brani attorno alla metà del 1990 fino all’uscita l’anno seguente. La frase non è un dettaglio, ma racchiude il punto fondamentale del successo del disco: la semplificazione. Senza modificare radicalmente il loro DNA, quello che Lars e compagni assorbirono dai loro titanici colleghi australiani non fu tanto una lezione stilistica a livello di genere, fu il dono dell’essenzialità.

Per concretizzare questa scelta, fondamentale fu il produttore chiamato a lavorare al quinto album della band, un nome che inizialmente fu uno shock. Il canadese Bob Rock, era infatti legato a dischi come Doctor Feelgood dei Mötley Crue. Chi non è addentro a cose metal, chi vede il rock come un unico calderone di chitarre ribollenti e frontman carismatici comprensibilmente fatica a capire, soprattutto oggi che molte delle barriere di allora sono cadute, ma la scelta di avere al proprio fianco Bob Rock non fu vista di buon occhio da molti fan della prima ora. I Metallica, eroi duri e puri dell’underground del metal che senza compromessi avevano conquistato la ribalta, ora si affidavano all’artefice di successi da classifica di un rock considerato – e la parola per molti era sconcia – commerciale. La stessa realizzazione del disco poi, non fu facile neppure per il gruppo. Per dirlo chiaro, si erano scelti un produttore con le palle, non uno yes man addomesticato. Attriti e discussioni non mancarono durante la fase di registrazione e missaggio del disco, fra Los Angeles e Vancouver. Ma quello che ne venne fuori fu il più grande album della loro carriera.

Il primo singolo uscì il 29 luglio. Un autentico manifesto programmatico. Le prime note di Enter Sandman dicevano parecchie cose. Era un pezzo più corto rispetto allo standard dei Metallica e anche molto più immediato, appunto, di un’incisività estrema a livello di riff che entravano dritti già al primo ascolto, con quella batteria lineare e solida, il basso che dopo Justice tornava finalmente ad avere corpo, le chitarre definite come non mai e le linee vocali irresistibili. Elementi magistralmente miscelati per creare quel suono, il suono definitivo, potentissimo, compatto e adamantino al tempo stesso, il migliore che i Metallica avessero mai avuto, immediatamente connotabile e mai superato. I lunghi mesi di discussioni sulla produzione davano i loro frutti.

Fu alla luce di quel suono che, quando finalmente il Black Album uscì, si videro chiaramente sia i molti elementi di continuità che quelli di discontinuità con i lavori precedenti. Quasi sparite le corse sfrenate di Battery, Fight Fire With Fire o Hit the Lights – anche se a ricordarle rimanevano brani come Holier than Thou o The Struggle Within – ora era la dimensione più granitica, più pesante a venire potenziata, con un impatto forse mai avuto prima, quello di brani come Sad But True o della minacciosa Wherever I May Roam. My Friend of Misery e The God that Failed si nutrivano – anche nei testi – della stessa aura oscura che pervadeva già tutto …And Justice for All, ma erano spogliate di ogni orpello. Le sonorità più quiete e malinconiche di The Unforgiven erano figlie delle Fade to Black, delle Welcome Home (Sanitarium) o delle One del passato, anche se mai i Metallica avevano palesato così tanto il loro già noto amore per Ennio Morricone e mai prima – e mai dopo – avrebbero sfornato una ballad così ballad come Nothing Else Matters, destinata a conquistare in brevissimo tempo anche un enorme pubblico lontano dal metal. A sostenere infine anche i pochi filler del disco – Of Wolf and Man, Through The Never e Don’t Tread On Me – rimane comunque quel suono pazzesco.

Alla fine, i Metallica non avevano realmente cambiato stile: quello succederà dopo, nella seconda metà degli anni Novanta con la breve parentesi molto hard rock di Load e Reload. Il loro stile lo avevano piuttosto distillato all’essenziale e l’impatto sul pubblico fu grandioso. “I dentisti amavano il Black Album”, sintetizzò con un sorriso Bob Rock a Reverb, per sottolineare come quell’album “cambiò qualcosa a livello culturale; tutti ne avevano una copia. Ci fu una transizione musicale quando uscì e cambiò la radio, perché quel suono heavy ora passava in radio…”.

Oggi i Metallica, che da allora – pandemia a parte – non hanno praticamente mai smesso di andare in tour e riempire gli stadi di tutto il pianeta, si preparano a festeggiare i quarant’anni di attività. L’appuntamento è per dicembre, a San Francisco, da secoli la loro città di adozione. E dalla sua uscita trent’anni fa, il materiale del Black Album non ha mai smesso di essere uno dei punti focali dei loro show. Per festeggiare degnamente l’anniversario del loro album più famoso a settembre oltre a una ricchissima versione rimasterizzata è in arrivo anche una sterminata collezione collaterale intitolata Metallica Blacklist dove i brani del Black Album vengono reinterpretati da ben 53 artisti dei generi più diversi, a testimonianza del segno profondo che ha lasciato. Se proprio a quello storico disco sono poi dedicate le prime otto puntate dell’imminente nuovo podcast dei Metallica, un motivo ci sarà.

“Certo, ci fu qualcosa di pianificato – raccontava sempre Lars Ulrich nel 2003 in un’intervista pubblicata sul CdT – ma in realtà si trattò di istinto. Quando stavamo lavorando al Black Album sapevamo che era il disco più difficile fatto dai Metallica. Penso che tutti noi volessimo qualcosa che funzionasse veramente. Volevamo la giusta combinazione di canzoni, attitudine, produzione (cosa questa che abbiamo trattato con grande rispetto). Volevamo che quel disco fosse speciale. Ma che poi vendesse 20 milioni di copie in tutto il mondo (milioni che nel frattempo sono diventati circa 30, 16 dei quali nei soli Stati Uniti ndr.) questo nessuno poteva prevederlo. Fu una combinazione di elementi: c’erano diverse buone canzoni, c’era il modo in cui suonava. È stato un processo lungo e difficile. Realizzare un disco così durante la propria carriera è una gran cosa. Non credo di aver mai pensato che potesse succedere di nuovo. Quel disco ha portato il metal nel mainstream. Si può discutere se siano stati i Metallica ad andare verso il mainstream o viceversa. Mi piace pensare, in maniera egoistica, che sia stato il mainstream ad andare verso i Metallica”.

Che dire? Exit Light, Enter Night.

Fabrizio Coli
Condividi

Correlati