Musica italiana

Riccardo Cocciante, ottant’anni da outsider

2026 di celebrazioni per il cantautore di Saigon, appena uscito con un nuovo album di inediti. Essere fuori dagli schemi la chiave della sua longevità artistica

  • 2 ore fa
Riccardo Cocciante
  • Keystone
Di: Patrizio Ruviglioni 

È un 2026 da venerato maestro, quello di celebrazioni che sta vivendo Riccardo Cocciante. Sulla scia degli ottant’anni compiuti il 20 febbraio, il cantautore di Saigon - di padre italiano, emigrato in Vietnam per sfuggire al regime fascista, e madre francese, tornato a Roma solo nel 1957 - avrà infatti quel riconoscimento da leggenda, istituzione della musica italiana, che forse, finora, gli era mancato, a partire dal docu-film biografico Io sono Riccardo Cocciante (su Rai Play) fino a un tour estivo in tutta Italia e al ritorno in teatri e palasport della sua creatura più amata, l’opera popolare Notre Dame de Paris. In mezzo, un nuovo album d’inediti, il primo dal 2005, Ho vent’anni con te (e cioè: con la musica), uscito il 13 marzo e che definisce «fuori dal contesto», come del resto è sempre stato lui stesso. Solo che non sempre questo non allineamento ha pagato il conto.

Figlio della grande nidiata degli anni Settanta, in realtà non ha mai avuto molto a che spartire con i colleghi della sua generazione, da Dalla a Venditti, Guccini e De Gregori. L’unica corrispondenza è stata con Rino Gaetano, altro irregolare a propria volta, che avrebbe trasformato la sua A mano a mano in un classico. Ma anche lì, comunque, viaggiavano su binari diversi: mentre tutti gli altri, in maniera più o meno classica, scrivevano canzoni politiche, impegnate, Cocciante era lontano dalla sinistra delle Feste de L’Unità, suonava il pianoforte al posto della chitarra - il solo con Venditti, e il mito, è chiaro, era Elton John - e cantava soprattutto d’amore, dall’exploit di Bella senz’anima (1974) a Margherita (1978), successone proprio nelle settimane del sequestro-Moro.

Ma guai a pensare a un cantante pop frivolo, tutt’altro. La musica, l’ha detto più volte, è stato un modo per tirarsi fuori dall’emarginazione percepita una volta a Roma (dove si era dovuto abituare a una vita molto diversa da quella selvaggia in Vietnam), per dire “esisto anch’io”: e dunque avanti a brani sofferti, disperati, con la voce urlata e le melodie piene di spigoli, che fossero con i testi del primo collaboratore Marco Luberti o di Mogol, con cui collaborerà per la seconda parte della carriera, da Cervo a primavera (1980) - cronaca, appunto, di una rinascita - a Se stiamo insieme, vincitrice di Sanremo 1991). L’amore, in questo senso, è stato più che altro un dispositivo retorico, un modo per raccontare le difficoltà di stare al mondo: la sua è una canzone politica in senso non tradizionale, esistenziale.

Ruvidezza, introversione e una certa avversione alle scelte facili - lo stesso colossal di Notre Dame de Paris, all’epoca della nascita, 1998, sembrava un ripiego, i discografici gli consigliavano di scrivere album qualsiasi: alla fine è diventato uno spettacolo popolare in tutto il mondo, ha avuto ragione lui - l’hanno comunque tenuto a lungo in disparte nella Grande Dinastia dei cantautori italiani, ma oggi ripagano con gli interessi. Cocciante, infatti, piace alle nuove generazioni, che si tratti del mito stesso di Notre Dame de Paris, che continua ad accogliere adepti, o delle canzoni, su tutte Era già tutto previsto, a cui Sorrentino ha dato una seconda vita mettendola al centro del film Parthenope (2024) e, tra le altre, cantata all’ultimo Festival di Sanremo da Leo Gassmann e Aiello, suo ospite nella serata dei duetti.

In ballo, insomma, non c’è il classico “ritorno” in voga di Cocciante, che peraltro appunto non ha mai cavalcato le mode, né una riscoperta, ma una sorta di perenne attualità: come i classici della letteratura, le sue canzoni - con al centro l’uomo, amori totalizzanti e complessi, le difficoltà e le contraddizioni di vivere - continuano a dare risposte. E soprattutto sono non replicabili, grazie a uno stile unico, a volte anche esagerato - la sua voce estrema, sofferta, «dura come la roccia», dice lui - ma in ogni caso riconoscibile. La chiave della longevità, in questo caso, è proprio la diversità. E chissà che queste celebrazioni non possano essere un monito per gli esordienti di oggi: la strada della non-omologazione è dura, ma alla lunga paga.

LEGATO A “ALTRILUOGHI” (RETE UNO) DEL 14.03.2026, ORE 15

Correlati

Ti potrebbe interessare