Molière

Quattrocento anni di derisione del potere

La capacità di uno scrittore di resistere al trascorrere dei secoli ha sempre qualcosa di inquietante. Non tanto perché ci induce a credere che «tutto il pensabile è già stato pensato», ma perché ci mette di fronte all’evidenza che tutto il pensabile può essere ripensato. Ovvero che il pensabile e il pensato non sono e non saranno mai istanze definitive.

Questo aspetto di eterno divenire o eterno ritornare del pensiero è tanto più evidente in quegli autori che hanno indovinato dei topoi assoluti nell’avventura umana: dall’uomo come disancorato in Omero all’uomo come umorista filosofico in Cervantes all’uomo come contraddizione immanente in Philip Roth. Di questi autori – soprattutto se appartenenti a epoche remote – si suol rimarcare, con formula leggermente abusata, la cosiddetta attualità, vale a dire la capacità di illuminare con il proprio pensiero e sguardo qualsiasi epoca si sia confrontata con la loro opera, da quella in cui vissero alla nostra contemporaneità.

In questo senso è sintesi perfetta del superamento della dicotomia tra «classico» e «moderno» la formula che Vittorio Sgarbi ha prestato a un suo saggio: Tutta l’arte è contemporanea. Se non altro perché, fintanto che un autore o un artista continua a parlarci dal fondo dei secoli, si può a giusto titolo affermare che egli non è morto ma vivo, che egli non è relegabile in una classicità irrelata da noi ma è appunto a noi contemporaneo.

L’inquieta stupefazione rispetto alla resistenza di un grande genio al trascorrere dei secoli è direttamente proporzionale al numero di secoli trascorsi dalla sua nascita. E quindi pensare che sono passati 400 anni esatti dalla nascita di Molière provoca un sussulto al limite del trasalimento: «Ma come, dopo quattro lunghi secoli ancora non hanno esaurito la propria potenza rivelatoria immagini come il Misantropo,  il Convitato di Pietra, il Don Giovanni e il Tartufo?»

Eppure così è. Nato a Parigi il 15 gennaio del 1622, Jean-Baptiste Poquelin detto Molière continua a determinare parte fondamentale del nostro sguardo sulla contemporaneità. A partire da quel suo immortale «sguardo sul femminile» (pensiamo tra le altre alle indimenticabili figure delle femmes savantes) che ha impresso il proprio marchio su interi decenni di psicoanalisi e sulla stessa sensibilità femminista degli anni recenti. Certo, i toni di Molière sono quelli della commedia, della farsa, il suo strumento di lavoro è l’ironia e il suo grimaldello gnoseologico è la caricatura: presupposti a loro volta di quel formidabile patrimonio della cultura contemporanea che è – come ci rivelò Kundera nel suo “L’arte del romanzo” – l’umorismo. Ma dietro l’apparente «leggerezza» del suo discorso è sempre la serietà e la gravità assoluta di temi che non hanno mai cessato di imperversare nei secoli: primo fra tutti il fondamentale tema dell’abuso di potere nei confronti delle categorie più fragili della società (a partire dalle donne).

Molière è comunque inesauribile. Sia al livello delle sue trovate teatrali (basti ricordare la figura del Malato Immaginario) sia al livello della sua etica della derisione, che tanto livore suscitò nei nobili da lui presi di mira. E se commedia di costume e teatro borghese tanto devono all’opera del commediografo parigino è proprio in virtù di tale inesauribile capacità di smascherare ipocrisia e finzioni sociali.

Laddove il mondo della scienza muoveva i suoi primi passi convinti verso la superbia dell’infallibilità, Molière fu d’altronde il precursore di quel dileggio della medicina che tanto ha nutrito la letteratura moderna e contemporanea. E che oggi è probabilmente uno dei temi più scottanti con cui siamo confrontati: siamo sicuri che dietro medici (e industrie farmaceutiche) l’imperativo della salute non sia oscurato dalla preoccupazione pecuniaria?

Anche di questo siamo debitori di Molière: di averci disincantato di fronte a qualsiasi forma di autorità e di autoritarismo ufficiale. In altre parole, di averci insegnato che nessuno è eroe di alcunché, nessuno è superiore a nessuno, nessuno può imporre il proprio dettato su nessuno, perché un guizzo d’ironia e un afflato di sarcasmo possono ridurlo allo stato di uomo patetico.

Marco Alloni 
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