A dieci anni dalla morte

Ogni cosa ha un’eco

Dieci anni dopo, Umberto Eco continua a risuonare come una voce che non si limita a tornare, ma si trasforma: un metodo più che un autore, una lente che ancora oggi ci obbliga a vedere la complessità dove altri cercano scorciatoie

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Lo scrittore italiano Umberto Eco (1932-2016)

Lo scrittore italiano Umberto Eco (1932-2016)

  • Keystone
Di: Mat Cavadini 

Dieci anni senza Umberto non sono un’assenza: sono un’eco, appunto. Non la ripetizione di una voce, ma la sua dilatazione. Eco non torna mai identico: ritorna trasformato, come accade ai suoni nei boschi quando rimbalzano tra gli alberi e diventano altro, più profondi, più veri di come erano partiti. È questo il paradosso della sua eredità: più ci allontaniamo dalla sua morte, più la sua presenza si fa nitida.

La sua opera non ha mai imitato il reale: lo ha smontato, ricomposto, illuminato da angolature che nessuno aveva pensato di provare. Il Medioevo che ci ha consegnato non è un fondale storico, ma un sistema nervoso: un modo di pensare, di associare, di credere che tutto sia legato a tutto. Eco non ha spiegato il Medioevo a noi; ha spiegato il Medioevo ai medievali stessi, se avessero potuto leggerlo. Ha mostrato loro – e a noi – che l’analogia non è un ornamento, ma una struttura del mondo.

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Una diagnosi dell'arte contemporanea

RSI Archivi 28.10.1975, 09:50

Si tende a ricordare Umberto Eco come un “umanista totale”, un “cartografo del sapere”, un “artigiano della complessità”. Ma la verità è che Eco non voleva essere un’enciclopedia vivente: voleva essere un metodo. Dissociare per associare diversamente. Sospendere il già noto per far emergere il possibile. Guardare un fenomeno – un romanzo, un’eresia medievale, un programma televisivo – come se fosse la prima volta che lo si vede.

È questo che lo rende ancora oggi così necessario. In un tempo che semplifica, Eco complicava. In un’epoca che riduce, lui stratificava. Dove il discorso pubblico cerca scorciatoie, lui apriva labirinti. Non per gusto del difficile, ma perché sapeva che la complessità è l’unico modo onesto di stare nel mondo.

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I raggiri kitsch della pubblicità

RSI Archivi 26.04.1977, 08:00

Eco non ha mai separato il rigore dall’ironia. Poteva scrivere un trattato di semiotica come se stesse costruendo una cattedrale, e un articolo su Mike Bongiorno come se stesse maneggiando dinamite. Perché sapeva che la cultura non è un altare, ma un campo di battaglia. E che la distinzione tra alto e basso è spesso solo un alibi per non guardare davvero.

Il suo lascito più profondo, forse, è questo: Eco ci ha insegnato che la realtà non è un dato, ma un’interpretazione. Che ogni testo è un congegno da smontare. Che ogni discorso è un sistema di potere. Che ogni parola è una trappola o una liberazione. E che il compito dell’intellettuale non è dire la verità, ma rendere visibili le condizioni che la rendono possibile.

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Controluce - Umberto Eco

RSI ControLuce 26.10.2008, 00:00

  • RSI

A dieci anni dalla sua morte, Eco non ci manca come mancano gli scrittori. Ci manca come mancano gli strumenti. Come manca una lente quando si vuole mettere a fuoco. Come manca una bussola quando il paesaggio cambia. La sua voce non era una guida: era un invito a perdersi meglio.

E forse è questo il modo più fedele per ricordarlo: non ripetere ciò che ha detto, ma continuare a far risuonare ciò che ha reso possibile. Un’eco, appunto. Non la sua voce, ma la nostra, trasformata dal passaggio della sua.

Eco - Documenti audio RSI

  • Nei labirinti dell'intertestualità 1 - 11.02.2003

    RSI Cultura 25.02.2016, 09:57

  • Nei labirinti dell'intertestualità 2 - 11.02.2003

    RSI Cultura 25.02.2016, 09:58

  • Nei labirinti dell'intertestualità 3 - 11.02.2003

    RSI Cultura 25.02.2016, 09:59

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