Letteratura

Piero Gobetti, il drammatico compito quotidiano del coraggio

A cento anni dalla morte e 125 dalla nascita, la brevissima e altrettanto intensa vita del grande intellettuale, rivoluzionario e antifascista

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Di: Mattia Mantovani 

Era nato a Torino il 19 giugno 1901 ed è morto a soli ventiquattro anni il 15 febbraio 1926, al termine di un brevissimo esilio a Parigi, per l’aggravarsi di una bronchite e un conseguente scompenso cardiaco, ma principalmente per le infami persecuzioni e vessazioni della canaglia fascista. È stato giornalista, traduttore, critico, fondatore di riviste (le quasi leggendarie Energie Nove, La Rivoluzione Liberale e Il Baretti), editore e antifascista della prima ora, insieme all’amatissima moglie Ada Prospero, autrice tra l’altro del Diario partigiano, che ne ha portato avanti l’eredità e il messaggio nel secondo dopoguerra.

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Piero Gobetti. Ritratto a più voci

RSI Notrehistoire 24.11.1976, 17:38

La breve ma intensissima ed eroica vita dell’enfant prodige Piero Gobetti, soprattutto con l’utopia della “rivoluzione liberale”, ha espresso il sogno di un’Italia migliore, diversa, finalmente moderna, democraticamente matura e quindi affrancata dall’“eterno fascismo”. Che è non solo – e non tanto, giova ricordarlo alla presente altezza cronologica – un fenomeno storico e il precipitato di un’odiosa ideologia politica, ma un volgarissimo modo di essere e una pretta mancanza di sintassi interiore, nella stessa misura in cui l’antifascismo modaiolo di questo ultimo periodo non dovrebbe ridursi a semplici slogan radical-chic, spesso anacronistici e fini a sé stessi.

Come dice un celebre passo di un suo articolo apparso su La Rivoluzione Liberale nel novembre 1923, un anno dopo la Marcia su Roma: «Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Un fatto di ordinaria amministrazione? Il fascismo è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che rinuncia per pigrizia alla lotta politica è una nazione che vale poco». Non è soltanto una precisa e rigorosa analisi politica e sociologica (si vorrebbe quasi dire: antropologica, perché affonda nel cuore di tenebra di una mentalità cristallizzatasi nel corso dei secoli, già stigmatizzata nei primi decenni dell’Ottocento da un innamorato dell’Italia nonché italiano d’elezione del rango di Henri Beyle alias Stendhal). È anche – e soprattutto – il compendio di una non meno precisa e rigorosa verità poetica, un messaggio idealmente e concretamente indirizzato a tutti i “venuti dopo”.

Il punto di snodo, nella sua vita, è ravvisabile nel febbraio 1922, con la nascita de La Rivoluzione Liberale, quando il movimento fascista non ha ancora trionfato in Italia, ma per Gobetti è già evidente la sua natura di nuova tirannide. La rivista sarà costretta a cessare le pubblicazioni nell’autunno del 1925, ma per tre anni le sue colonne saranno una specie di trincea da cui il giovane studioso conduce una battaglia coraggiosa e davvero eroica.

La sua analisi, a distanza di un secolo, non ha perso nulla quanto a impatto e suggestione: il fascismo, inteso quale “autobiografia della nazione”, è il precipitato del fallimento degli ideali risorgimentali e del processo di unificazione nazionale, e quindi per combatterlo è assolutamente necessaria una rivoluzione culturale e morale capace di sradicare gli antichi vizi italiani come il trasformismo, il provincialismo, il familismo amorale, lo spirito cortigiano, la losca e sordida tendenza al compromesso. Le parole e l’intera vicenda umana di Gobetti, allora come oggi, chiamano alla mobilitazione delle coscienze «per restare politici nel tramonto della politica».

Più ancora, forse, si possono leggere come un profetico invito a rimanere vivi malgrado tutto, malgrado un mondo sempre più disumano e una realtà impastata di “marcescenza” (l’espressione è di Curzio Malaparte, suo avversario politico ma per molti versi fratello spirituale, soprattutto nella valutazione e diagnosi del fascismo quale fatale secondarismo dell’Italia post-unitaria).

Ha osservato il suo concittadino e allievo Carlo Levi in uno dei tanti scritti dedicati all’amico nonché maestro di vita e pensiero, più nello specifico alla «grandezza del suo destino breve»: «Il coraggio non è semplice eroismo, ma un drammatico compito quotidiano». Ecco perché, a un secolo esatto dalla morte di Piero Gobetti, non si può che affermare col pessimismo della ragione: cento anni e non sentirli, o forse sentirli fin troppo. Come dice il suo ultimo appunto, prima della partenza per Parigi: «Non si può essere spaesati. Il segno: essere sé stessi dappertutto».

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