Letteratura

Corinne Desarzens, la complessità che resiste

Assegnato il Gran Premio svizzero di letteratura 2026, alla 73enne scrittrice franco-svizzera che da anni vive nel Canton Vaud. Un’autrice sfuggente quasi quanto il suo stile, che ama divagazioni e vagabondaggi

  • 2 ore fa
Corinne Desarzens, 2026

Corinne Desarzens, 2026

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Di: Michele R. Serra 

«I premi non contano. Sappiamo che, dopo una certa età, si affrettano a darti qualche alloro prima della morte». Corinne Desarzens reagiva con queste parole – solo il mese scorso – al Gran Prix C. F. Ramuz appena ricevuto. Chissà cosa penserà ora, che è arrivata la più importante onorificenza nazionale in ambito letterario, destinata a ingolfare una bacheca già affollatissima: oltre al Premio svizzero di letteratura già vinto nel 2021 (con La lune bouge lentement mais elle traverse la ville), contiene il Prix Schiller, l’Alpes-Jura, il Lipp, il Prix Culturel vodese – e sto citando solo i più noti. Etienne Dumont, storico cronista d’arte e cultura ginevrino, ha scritto di recente che «le onorificenze non sono nello stile di Corinne; non riesco a immaginarmela ornata di coccarde come una mucca da combattimento, né ricoperta di medaglie come un veterano di guerra sovietico». Al di là delle gustose similitudini, non ci sono dubbi riguardo al fatto che la Desarzens sia piuttosto sfuggente, sia quando si tratta di celebrare le sue opere (e i premi ricevuti), che quando si tratta di spiegarle, come dimostra spesso nelle occasioni pubbliche: le sue interviste ai giornali, come i suoi interventi durante presentazioni e convegni, la vedono spesso divagare, deragliare, divertire.

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Premio svizzero di letteratura, premiata anche Begoña Feijoo Fariña

Telegiornale 19.02.2026, 12:30

È poco più che un luogo comune, dire che ci sono scrittori bravi a fornire risposte, e scrittori bravi a suscitare domande. Però esiste un fondo di verità anche in questa banalità – e se esiste, Corinne Desarzens fa sicuramente parte della seconda categoria. Ne fa parte, si potrebbe dire, fino alle estreme conseguenze: illeggibile, ha detto qualcuno.
Ovviamente, è un’esagerazione. Non si tratta di leggibilità, è una questione di stile: nell’epoca della semplificazione e della chiarezza a ogni costo, la (solo) settantatreenne Desarzens riporta chi la legge al gusto per la complessità (e per l’erudizione, nonostante sia morto e sepolto da un pezzo), al piacere di perdersi dentro pagine labirintiche, a libri che girano intorno agli stessi temi pur partendo da argomenti diversi. Roba anni Settanta, verrebbe da dire. Un unico grande romanzo disorganico in continuo divenire, forse.

E qui, l’idea di averle assegnato il Gran Premio svizzero di Letteratura, che notoriamente celebra l’intero corpus (qualcuno parla di “carriera”, ma la parola non piacerebbe a Corinne Desarzens) di una scrittrice o uno scrittore, sembra particolarmente azzeccata. Chi l’ha conosciuta dice che la Desarzens non si separa mai dai suoi taccuini, su cui scrive quotidianamente, e certo non è difficile da credere: anche le sue opere a stampa lavorano su frammenti, si muovono per ellissi, vivono di illuminazioni. Ovviamente, però, sono tutt’altro che raccolte di appunti sparsi: l’elaborazione è meticolosa, così come la ricerca di un ritmo.

Tra le recensioni del suo ultimo Le petit cheval tatar, una paragona la sua scrittura alla pittura divisionista: funziona solo se il lettore riesce a trovare la giusta distanza focale, utile a ricomporre l’immagine nascosta dentro quel caleidoscopio di frammenti. Uno scatto di totalità che premia ogni singolo lettore, con soddisfazioni ben maggiori di qualunque riconoscimento ufficiale. Peccato che, per ora, questa soddisfazione sia destinata ai soli lettori francofoni: c’è da temere che imbarcarsi nell’opera di traduzione di una lingua tanto complessa risulti antieconomico per qualsiasi editore, in questo anno di (poca) grazia 2026.

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