(The Norman Parkinson Archive - Iconic Images, 2020)

Niki de Saint Phalle

Visionaria creatrice di un’arte gioiosa e libera

A pochi passi dal Centre Pompidou di Parigi, la Fontaine Stravinsky occupa festosamente la piazza intitolata al compositore; un burlesco Golem saluta i visitatori del parco Rabinovitch a Gerusalemme; un allegro angelo custode veglia sui viaggiatori nella stazione ferroviaria di Zurigo; Sophie, Caroline e Charlotte, tre “ragazze” graziose e formose, colorano il Leibnizufer di Hannover… Sono solo alcune delle innumerevoli opere installate in luoghi pubblici che l’artista franco-americana Niki de Saint Phalle ci ha lasciato in dono. Giocose creazioni che abitano giardini, piazze e musei da un capo all’altro del mondo, tra grandi lune, mostri bonari, fantasiose fontane, serpenti, e poi Nanas, tante Nanas che sembrano invitarci a esultare con loro.

Temperamento ribelle ed estro incontenibile, Niki de Saint Phalle credeva nel potere vivifico e salvifico dell’arte, da lei sperimentato in prima persona: “Ho avuto fortuna a incontrare l’arte, avevo tutto per diventare una terrorista”. Anche noi, indubbiamente, possiamo ritenerci fortunati ad ammirare i suoi magnifici lavori.

Catherine Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, in arte Niki de Saint Phalle, nasce in Francia nel 1930. Il padre è un aristocratico banchiere francese, la madre un’affascinante ereditiera americana. Niki vive buona parte della sua infanzia e adolescenza a New York, migrando tutte le estati in Francia, presso il castello dei nonni paterni. La sua, tuttavia, non è una fanciullezza dorata come si potrebbe pensare. Niki ha un rapporto conflittuale con la madre, cambia spesso scuola per via del suo carattere irrequieto, e all’età di 11 anni un grave evento segna la sua vita: il padre abusa di lei. Terrà nascosto a lungo questo trauma, finché troverà il coraggio di rivelare la violenza subita nel libro Mon secret.

Giovanissima, Niki de Saint Phalle lavora come fotomodella posando per Life e Vogue e sogna di fare l’attrice. Compiuti 18 anni, sposa in tutta fretta lo scrittore Harry Matthews e subito arriva la prima figlia. La coppia si trasferisce a Parigi, dove lei studia teatro e lui musica. Ma nel 1952, a causa di un crollo nervoso, Niki viene ricoverata per due mesi in un ospedale psichiatrico. È in questo periodo che sperimenta il potere terapeutico della pittura e comincia a sviluppare le sue doti creative. Autodidatta, dichiara che la sua scuola  sono i musei e le cattedrali.

Niki de Saint Phalle, My Monster, 1968
Niki de Saint Phalle, My Monster, 1968

Durante un soggiorno in Spagna, Niki de Saint Phalle scopre l’opera di Antoni Gaudí e rimane colpita soprattutto dal Park Güell a Barcellona. Da qui scaturisce lo stimolo a utilizzare oggetti trovati come elementi essenziali della sua pratica e a mescolare materiali e tecniche diverse, e soprattutto si fa strada il desiderio di creare un proprio giardino di sculture.

Alla fine degli anni Cinquanta, l’incontro a Parigi con lo scultore svizzero Jean Tinguely segna una svolta nella vita di Niki de Saint Phalle. Tra i due nasce un fecondo sodalizio artistico e un profondo legame sentimentale. Ad accomunarli è la voglia di sperimentare e il rifiuto di qualsiasi prassi convenzionale. “La collaborazione tra me e Jean è stata un dono del cielo, unico e privilegiato. Questa possibilità di lavorare insieme ha segnato con colori intensi i rapporti di amore, di amicizia e di rivalità che abbiamo sempre avuto” dichiarerà l’artista.

In questa prima fase del suo vorticoso percorso, per Niki creazione e distruzione sono strettamente connesse: emblematici in tal senso sono i cosiddetti Shooting Paintings (Tirs, in francese), grazie a cui diventa nota all’inizio degli anni Sessanta.

Imbracciato il fucile, l’artista spara su candidi assemblage di oggetti, che incorporano anche sacchetti colmi di pittura, i quali colpiti dai proiettili esplodono colorando l’opera in modo casuale. Anche il pubblico è invitato a partecipare a questo imprevedibile rituale creativo. Facendo fuoco sui propri lavori, facendoli “sanguinare”, Niki vuole combattere i propri demoni, sfogare la rabbia, annientare ipocrisie e pregiudizi. Qualche anno più tardi, spiegherà: «Nel 1961 ho sparato su mio papà, su tutti gli uomini, sui piccoli, sui grandi, sugli importanti, sui grossi, su mio fratello, la società, la chiesa, il convento, la scuola, la mia famiglia, tutti gli uomini, ancora su mio papà, su me stessa».

Nel corso degli anni Sessanta, Niki de Saint Phalle è l’unica donna a fare parte del Nouveau Réalisme, accanto a esponenti come Arman, Christo, Yves Klein, Jean Tinguely e Jacques de la Villeglé. La rabbia lentamente lascia spazio al brio, al gioco, alla volontà di celebrare la forza e la bellezza della donna: nascono così le celebri Nanas (“ragazze” nel gergo francese). Ispirandosi a un disegno che l’amico Larry Rivers fa della moglie incinta, Niki dà vita a grandi sculture rappresentanti figure femminili archetipiche, caratterizzate da corpi sinuosi e abbondanti e teste piccole. «Mi piace ciò che è rotondo, le curve, l’ondulazione, il mondo è rotondo, il mondo è un seno».

Niki de Saint Phalle, Nanas, Leibnizufer, Hannover, Germany
Niki de Saint Phalle, Nanas, Leibnizufer, Hannover, Germany

Le Nanas sono madri, dee e guerriere variopinte e traboccanti di vitalità. Nell’intenzione dell’artista rappresentano una “nuova società matriarcale”. Musei e gallerie di tutto il mondo fanno a gara per averne una. Tra le più notevoli e irriverenti c’è Hon (“Lei” in svedese), realizzata insieme a Jean Tinguely e Per Olof Ultvedt per il Moderna Museet di Stoccolma. È una monumentale Nana incinta, distesa sulla schiena e con le gambe divaricate. I visitatori possono accedervi tramite la vagina, scoprendo una serie di ambienti, tra cui una sala cinema, un bar, un planetario e un acquario.

In breve tempo, Niki de Saint Phalle è chiamata a realizzare numerosi progetti su commissione, lavori imponenti e complessi, in particolar modo sculture e architetture fantastiche, dove il mostruoso e l’onirico si intrecciano con esiti meravigliosi e imprevedibili. Molti di questi progetti sono frutto della sinergia con Tinguely, con cui Niki giunge a nozze nel 1971. Contemporaneamente, crescono anche l’impegno e l’attenzione dell’artista verso tematiche sociali di urgente importanza: dal cambiamento climatico ai diritti delle donne, passando per l’AIDS (un esempio è il libro illustrato AIDS: You Can’t Catch It Holding Hands).

Ma con il lavoro aumentano anche i problemi di salute. I gas tossici del poliestere che Niki utilizza spesso per le sue opere le arrecano gravi problemi respiratori. Dopo il ricovero in ospedale per un ascesso polmonare, l’artista trascorre la convalescenza tra le montagne svizzere, a St. Moritz. Qui incontra Marella Caracciolo Agnelli, che conosce dai tempi newyorkesi, e le racconta del suo sogno di creare un grande parco di sculture, simile a quello di Gaudí, ma basato sulla simbologia degli arcani maggiori dei tarocchi. Curiosa ed entusiasta dell’idea, Marella coinvolge i suoi fratelli, Carlo e Nicola Caracciolo, proprietari di una grande tenuta a Garavicchio, nei pressi di Capalbio, i quali mettono a disposizione due ettari del proprio terreno per la realizzazione del progetto.

Così, nel 1978 inizia la costruzione del Giardino dei Tarocchi, una splendida impresa collettiva che vedrà impegnata Niki de Saint Phalle, e con lei un consistente numero di collaboratori e artigiani, per quasi vent’anni. L’artista vi dedica anima e corpo, dirigendo i lavori con passione, curando ogni dettaglio e autofinanziandosi attraverso la creazione di libri, film, gioielli e anche un profumo. A un certo punto, Niki decide persino di dimorare all’interno dell’Imperatrice, una delle gigantesche sculture che popolano il parco.

Panoramica del Giardino dei Tarocchi, Garavicchio, Italia
Panoramica del Giardino dei Tarocchi, Garavicchio, Italia (Foto Laurent Condominas)

Nel 1991, muore a Berna Jean Tinguely. Niki si impegna affinché venga fondato un museo in sua memoria: sorgerà qualche anno più tardi a Basilea, progettato dall’architetto Mario Botta. Intanto, le condizioni di salute dell’artista peggiorano e, nel 1993, è costretta a trasferirsi a La Jolla, in California, dove stabilisce il suo studio e segue da lontano l’ultimazione del Giardino dei Tarocchi, che viene finalmente aperto al pubblico nel 1998.

Niki de Saint Phalle, Tarot Garden, 1991
Niki de Saint Phalle, Tarot Garden, 1991 (NIKI CHARITABLE ART FOUNDATION. Photo Ed Kessler)

Niki de Saint Phalle morirà pochi anni dopo, nel 2002, all’età di 71 anni. Il parco capalbiese rimane una delle sue ultime straordinarie opere, se non la più straordinaria. Visitato ogni anno da migliaia di persone, è un luogo magico e unico al mondo che concentra in sé tutta l’energia vitale, la genialità e la luminosità dell’arte di Niki de Saint Phalle, oltre a rispecchiare in modo emblematico  i suoi ideali di condivisione, partecipazione e libertà.

«Il Giardino dei Tarocchi non è il mio giardino, ma appartiene a tutti coloro che mi hanno aiutata a completarlo. Questo giardino è stato fatto con difficoltà, con amore, con folle entusiasmo, con ossessione e, più di ogni altra cosa, con la fede. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Come in tutte le fiabe, lungo il cammino della ricerca del tesoro, mi sono imbattuta in draghi, streghe, maghi e nell’Angelo della Temperanza».

Già, può dirsi una fiaba a lieto fine quella di Niki de Saint Phalle: la storia di un’eroina combattiva, fieramente outsider e dotata di un’immaginazione smisurata ed esuberante (“L’immaginario è la mia felicità. L’immaginario esiste” è una delle tante iscrizioni che costellano il giardino di Garavicchio). Con la sua intera opera, Niki de Saint Phalle è riuscita a trasmettere un messaggio di gioia, forza ed emancipazione, affrontando problematiche ancora attualissime, come messo in rilievo dall’ampia retrospettiva che il MoMA PS1 di New York le ha recentemente dedicato, e come testimonia anche la mostra diffusa a Capalbio, Il luogo dei sogni: il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle, visitabile fino al prossimo 3 novembre.

Francesca Cogoni
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