(Keystone)

Pipilotti Rist

Raggiante e irriverente regina della videoarte

Ipnotico, avvolgente, sensuale, visionario, conturbante, onirico… sono solo alcuni degli aggettivi cui si ricorre per descrivere i lavori di Pipilotti Rist. Termini che, immancabilmente, ritornano anche nel caso dell’ultima grande mostra dell’artista, allestita al MOCA di Los Angeles fino al prossimo mese di giugno.

Raggiante e irriverente regina della videoarte, da oltre trent’anni Pipilotti Rist rielabora e stravolge il linguaggio del video, nonché le modalità di esposizione e fruizione, creando immagini in movimento e coinvolgenti installazioni multimediali incentrate sul corpo, la sessualità femminile, l’identità, il rapporto uomo-natura. Chi ha avuto modo di visitare anche una sola volta un’esposizione dell’artista, sa che si tratta di un’esperienza inattesa e di grande impatto visivo, sinestetico ed emozionale. Artefice di vorticosi mix di immagini, colori e suoni, con la sua arte Pipilotti Rist ci stimola e invita a vedere ed esperire il mondo da prospettive diverse e meno scontate. “If my work helps to imagine other perspectives even of animals or children or stones, then I’m really satisfied”.

Nonostante sia da parecchi anni sulla cresta dell’onda dell’arte internazionale, Pipilotti conserva mirabilmente uno spirito libero e fanciullesco e il desiderio continuo di stupirsi e donare stupore. Un patto di eterna fanciullezza siglato fin dall’infanzia, quando la piccola Elisabeth Charlotte Rist, nata nel 1962 a Grabs (Canton San Gallo) e cresciuta tra le montagne della Rhine Valley, decide di adottare il curioso nome “Pipilotti”, che combina il nomignolo Lotti (vezzeggiativo di Charlotte) e Pippi, da Pippi Calzelunghe. Di certo, con il vivace personaggio nato dalla penna della scrittrice Astrid Lindgren l’artista ha sempre avuto molto in comune: in primis, la fervida immaginazione, e poi la contagiosa vitalità.

Dopo aver studiato illustrazione e fotografia all’Institute of Applied Arts di Vienna e comunicazione visiva alla School of Design di Basilea, negli anni Ottanta Pipilotti Rist inizia a cimentarsi nel campo audiovisivo. Dal 1988 al 1994, inoltre, fa parte del gruppo punk femminile Les Reines Prochaines, realizzando dischi e concerti. Conclusa questa esperienza, la musica e la cultura pop continueranno comunque a giocare un ruolo fondamentale nei suoi lavori (anche in virtù della collaborazione con diversi musicisti, come Anders Guggisberg). Nelle prime opere video di Pipilotti, infatti, possiamo scorgere diversi elementi in comune con l’estetica dei videoclip ‒ che proprio negli anni Ottanta iniziano a conquistare gli schermi televisivi ‒ ma anche l’influenza esercitata da pionieri della videoarte come Nam June Paik, Bruce Nauman, Yoko Ono e Vito Acconci.

È curioso poi constatare come, diversi anni dopo, i lavori di Pipilotti Rist siano stati a loro volta fonte di ispirazione per musicisti e registi, come nel caso del videoclip della canzone Hold Up di Beyoncé, che strizza l’occhio all’opera Ever is Over All.

Fin dai suoi esordi, Pipilotti Rist si serve del linguaggio audiovisivo per analizzare e riflettere sulla rappresentazione del corpo femminile nella società e nei mass media, spesso mettendosi  personalmente in gioco. Nel video I’m Not The Girl Who Misses Much (1986), per esempio, la stessa artista danza convulsamente cantando ripetutamente la frase del titolo, un adattamento della prima riga della canzone dei Beatles Happiness is a Warm Gun. Il video è volutamente distorto e frammentato per dare l’idea di una “danza esorcistica”, ma anche per esprimere la soggettività della percezione del tempo.

L’effetto di distorsione e di allucinazione caratterizza anche il video Sip my Ocean (1996), dove sulle note di Wicked Games di Chris Isaac, ci ritroviamo immersi in un ambiente marino al contempo ammaliante e inquietante, fatto di alghe e coralli, colori saturi e vibranti e corpi fluttuanti e sensuali. In questa fase, Pipilotti è già pienamente consapevole del fatto che attraverso la sua ricerca non vuole mettere in gioco soltanto se stessa, ma anche e soprattutto il pubblico, coinvolgendolo a più livelli, provocandolo, rendendolo partecipe di un’esperienza d’arte totale.

Pipilotti Rist a Zurigo
Pipilotti Rist a Zurigo A cura di Emanuela Burgazzoli (Archivi RSI, 2016)

Nelle mani di Pipilotti Rist, il video è uno strumento malleabile, un materiale pulsante e vivo, il modo più immediato per dare sfogo a emozioni, desideri, impulsi e sensazioni. Così, grazie all’uso di tecniche, supporti e soluzioni man mano sempre più sofisticati e sperimentali, l’artista fa espandere ed esplodere i suoi video nell’ambiente, dando vita a grandi installazioni avvolgenti e caleidoscopiche che invadono pareti, pavimento e soffitto. Difatti, tutti i contesti museali e/o espositivi in cui Pipilotti Rist interviene perdono i loro connotati spazio-temporali per divenire luoghi di incantamento, ma anche di incontro e condivisione. “A show by me is like a journey through a body, or a helter-skelter... You not only encounter the works but you encounter the other watching the works” sostiene l’artista a questo proposito.

Memorabile, in tal senso, la mostra Parasimpatico organizzata dalla Fondazione Nicola Trussardi, che esattamente dieci anni fa fece rivivere lo storico Cinema Manzoni di Milano, in disuso da anni, attraverso uno straordinario percorso espositivo in bilico tra sogno e fantasia, composto da un magma di stimoli e suggestioni multisensoriali.

Pixel Forest (2016), una delle opere più affascinanti dell’artista, dimostra un passo ancora più avanti verso l’espansione e il libero fluire delle immagini. Realizzata con tremila LED avvolti in gusci di resina trasparente e sospesi con dei fili, permette di compiere una suggestiva passeggiata attraverso una selva luminosa e cangiante e di sentirsi quasi parte della sua palpitante energia.

Grandi personaggi dai nostri archivi #13 – Pipilotti Rist
Grandi personaggi dai nostri archivi #13 – Pipilotti Rist di Raniero Fratini

“The projector is the flamethrower, the space is the vortex and you are the pearl within” ha dichiarato Pipilotti riguardo alle sue grandi installazioni. Inevitabilmente, tornano in mente le parole dei futuristi ‒ “Porremo lo spettatore al centro del quadro” ‒ ma anche le teorizzazioni che Gene Youngblood raccolse nel suo pionieristico saggio Expanded Cinema (1970): al bando i limiti della cornice e dello schermo, ma anche quelli del classico white cube, l’arte va vissuta in modo totale e diretto.

Nelle opere di Pipilotti Rist questo intento si accompagna alla volontà di rompere con le consuetudini e di dare vita a universi immaginari in cui sentirsi talvolta piccolissimi, altre volte giganti, sempre in simbiosi con la natura: “We are organic structures, chaotic. We are not a Porsche. We are really a plant with no roots. A plant that can walk”. E così, come fossimo “piante senza radici”, le opere di Pipilotti Rist hanno la capacità di proiettarci altrove, ma al contempo di farci riconquistare coscienza e possesso del nostro corpo, che è tutto ciò che abbiamo e che spesso, negli automatismi della vita quotidiana, dimentichiamo di avere.

Worry Will Vanish è il titolo di uno dei lavori di Pipilotti, ottimista di natura: ecco, di sicuro non possono curare i nostri malesseri, ma in qualche modo le sue opere, intrise di umorismo, surrealtà e, a tratti, di malinconia, hanno un potere magnetico, lenitivo e liberatorio. Insomma, sebbene abbia affermato di non avere la sua stessa forza, Pipilotti assomiglia molto a Pepperminta, la protagonista del suo primo lungometraggio: una ragazzina molto speciale, un’“anarchica dell’immaginazione”, che attraverso i colori e una buona dose di follia si batte per costruire un mondo più umano, aiutando le persone a liberarsi dalle loro paure.

Francesca Cogoni
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