Cat Catcher, 1998
Cat Catcher, 1998 (© Roger Ballen. Courtesy Fondazione Sozzani)

Roger Ballen

Fotografia come esplorazione delle zone d’ombra

Misterioso, inquietante, bizzarro, caotico… sono alcuni degli aggettivi abitualmente utilizzati per definire il lavoro di Roger Ballen. Termini che lo descrivono solo in parte, perché l’opera di questo singolare fotografo, nato l'11 aprile 1950 a New York ma residente in Sudafrica, a Johannesburg, da oltre trent’anni, è sfuggente, spiazzante, difficilmente interpretabile. La sua è una fotografia “in bilico”: tra realtà e artificio, ragione e follia, tra il conosciuto  e l’inconoscibile, il visibile e l’invisibile, ma anche al confine tra differenti discipline, visto che da diversi anni Ballen ha scelto di ibridare il linguaggio fotografico con la scultura, il disegno e la pittura.

 

E ambigua, altalenante è anche la sensazione che si prova al cospetto dei suoi lavori, che di certo non lasciano indifferenti, ma affascinano e turbano al tempo stesso, invitando ad abbandonare la propria comfort zone per addentrarsi in un mondo incerto, scivoloso e opaco. Ballenesque è il titolo del corposo volume monografico pubblicato da Thames & Hudson nel 2017. Nel video prodotto in occasione dell’uscita del libro, è proprio Roger Ballen a spiegare i punti chiave del suo codice fotografico, tra cui spiccano la costante presenza degli animali, il rapporto tra reale e non reale, il caos.

È una inconsueta grammatica visiva quella che Ballen sviluppa gradualmente dagli anni Ottanta in poi, in parallelo con una indagine interiore sempre più profonda, uno scavo psicologico teso a portare a galla gli aspetti più reconditi della psiche, altrui e propria. “Quando realizzo le mie fotografie, spesso esploro il mio lato interiore più nascosto, un posto dove i miei sogni e molte delle mie immagini hanno origine. Vedo le mie fotografie come specchi, riflettori, connettori che sfidano la mente”, spiega Ballen.

Cresciuto nello Stato di New York, fin da piccolo Roger Ballen conosce e ammira i grandi maestri dell’obiettivo, come Henri Cartier-Bresson, Paul Strand, Elliott Erwitt, e poi André Kertész, che frequenta personalmente. Merito della madre, Adrienne, che lavora per la nota agenzia Magnum e che apre poi una sua galleria fotografica, fornendo a Roger Ballen un milieu senza dubbio stimolante in cui crescere, forgiare il proprio immaginario visivo e familiarizzare precocemente con il medium fotografico. Dopo essersi laureato in Psicologia a Berkeley, Ballen viaggia per cinque anni tra Africa, Europa e Asia. Boyhood, il suo primo libro fotografico, è il risultato di queste peregrinazioni, fatte perlopiù a piedi con zaino in spalla. Torna poi negli Stati Uniti per proseguire gli studi universitari, specializzandosi in Geologia e conseguendo un dottorato in Economia dei minerali. È così che approda, nel 1982, in Sudafrica, dove inzia a lavorare come geologo con l’incarico di cercare nuovi giacimenti minerari. Negli anni, Ballen setaccia in lungo e in largo il Paese, esplorandone le zone meno note, più periferiche e depresse, e scoprendo una trama composita e contorta di realtà e stili di vita. “In comune con il mio lavoro, che mi porta a scrutare sotto la superficie della terra per trovarvi un tesoro nascosto, ho iniziato a fare lo stesso con le persone e i luoghi che fotografavo, cercando di penetrare il loro strato esteriore per rivelare la loro natura elementare”, dichiara Ballen in proposito. L’impatto con questi mondi così diversi e remoti e l’incontro con la gente che li abita dà una scossa al suo percorso, come uomo e come fotografo. Il libro fotografico Dorps: Small Towns of South Africa (1986) è la testimonianza di questo periodo. Da ora in poi l’incisivo bianco e nero e il formato quadrato diventano le cifre formali costanti del linguaggio di Ballen, mentre cominciano a manifestarsi i motivi e i soggetti che saranno tipici della sua futura ricerca: il diverso, la precarietà della condizione umana, l’animalità insita nell’uomo (“Una sfida importante nella mia carriera è stata quella di individuare l’animale nell’essere umano e l’essere umano nell’animale”). In questa fase, però, è ancora la tradizione documentaria a plasmare il suo approccio alla fotografia. Nel 1994 arriva Platteland: l’obiettivo di Ballen segue ormai una direzione obliqua, sonda territori inusitati. Susan Sontag definirà Platteland “un libro del tutto straordinario, la sequenza più impressionante di ritratti che ho visto da anni”.
È con la serie Outland (2000) che lo stile “ballenesque” raggiunge la sua piena carica espressiva, da qui in poi “il comico si collega al tragico, la follia è la norma e non l’eccezione”, afferma il fotografo. Outland come luogo altro, universo parallelo dove la logica comune lascia spazio a visioni che mescolano cruda realtà  e immaginazione. I protagonisti sono persone ai margini della società sudafricana, circondati da frammenti di vissuto e objet trouvé, maschere e fantocci, animali domestici, in particolare ratti e uccelli (i primi legati all’inferno, i secondi al paradiso), che concorrono a creare scenari perturbanti, teatri dell’assurdo colmi di segni e rimandi oscuri. Cosa c’è di veramente reale in questi scatti? Inutile chiederselo, per Ballen tutto si trasforma attraverso la macchina fotografica, e a poco a poco lo sguardo passa dal mondo fisico a quello mentale. “Realtà è una parola che non ha significato per me. È insondabile. Preferisco esprimere il mistero di questo mondo piuttosto che riflettere sulla sua natura fondamentale”.

Le serie fotografiche successive, Shadow Chamber (2005), Boarding House (2009) e soprattutto Asylum of the Birds (2014), realizzata in un edificio fatiscente di Johannesburg dove persone e uccelli selvatici convivono nello scompiglio totale, estremizzano ulteriormente la visione di Ballen, che nel frattempo raggiunge la fama internazionale, nominato nel 2002 “Fotografo dell’anno” al prestigioso festival di fotografia Les Rencontres d’Arles. Integrando sempre più frequentemente scultura e disegno nei suoi lavori, Ballen crea elaborati set, dove risulta difficile distinguere fra ciò che è animato e inanimato. La sensazione di unheimlich è più palpabile che mai (“Spesso e volentieri ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa sottile…”, Sigmund Freud, Il perturbante, 1919).

Ricorrendo abbondantemente a segni e figure archetipiche, Ballen chiama in causa l’inconscio, il suo e quello dell’osservatore. Tanto da arrivare a realizzare una serie di scatti dallo stile astratto, dove alcuni disegni fatti sulla superficie del vetro e poi fotografati assumono le sembianze di presenze spettrali, evanescenti, figure primordiali che rimandano a quei mostri che si agitano sovente nella mente di ciascuno. Per Ballen sono metafore visive di un dissidio interiore, di moti della psiche (Divided Self, Phantom, Duality…). “Procedendo nel mio lavoro, mi è divenuto sempre più chiaro che le immagini erano psicologiche per natura, perché nascevano dal mio immaginario più profondo. È un luogo difficile da raggiungere, ho impiegato molto tempo non solo per arrivarci, ma anche per definirlo visivamente”, dichiara l’autore.

Uno stile così peculiare, ibrido ed enigmatico non poteva che prestarsi bene anche all’ambito musicale. Ed ecco che nel 2012 arriva la collaborazione con la band sudafricana Die Antwoord, per la quale Ballen dirige il videoclip della canzone I Fink You Freeky (ad oggi oltre 140 milioni di visualizzazioni su YouTube). Un lavoro, inutile dirlo, bizzarro e disturbante, che calza alla perfezione con il sound e con l’immagine eccentrica del gruppo. Il viaggio nellignoto continua, basta non aver paura delle ombre fuori e dentro di noi.

Francesca Cogoni
Condividi

Correlati