Salman Rushdie

Autobiografia di un altro

Chi volesse conoscere in ogni dettaglio la vita di Salman Rushdie non ha che da leggere la sua oceanica autobiografia Joseph Anton (Mondadori, 650 pagine).

In quel diario in forma di romanzo o autoromanzo c’è tutto quello che si dovrebbe sapere del controverso autore dei Versi satanici e dei Figli della mezzanotte. Ma soprattutto vengono narrate senza sconti né omissioni le sue vicissitudini di clandestino ed eterno fuggitivo.

Si tratta di un libro preziosissimo a molti livelli: in primo luogo perché ci mostra come Rushdie abbia maturato la sua decisione di non soggiacere alla paura e come di fronte all’esilio impostogli dalla fatwa di Khomeini abbia saputo infine scegliere il coraggio della libertà.

Un percorso lungo e accidendato che ha segnato profondamente la sua psiche ma l’ha poi condotto a una conclusione radicale: un autore che si rispetti non deve soggiacere a nessuna forma di potere e anzi riconoscere nella propria libertà – persino nella propria libertà di irrisione o satira – un principio totalmente inviolabile.

Scrivendo di sé in terza persona Rushdie annota a un certo punto: «Stava cominciando a imparare la lezione che lo avrebbe reso libero: essere prigionieri del bisogno di essere amati significa chiudersi in una cella di interminabile tormento, da cui non c’è possibilità di fuga».

La libertà di uno scrittore non è dunque – ci insegna l’autore de La vergogna – soltanto nel rivendicare il proprio diritto di parola a fronte del potere censorio che vorrebbe annullarlo, ma anche sapere convivere con la più estrema delle solitudini: quella di chi accetta fino in fondo la possibilità di essere odiato e perseguitato. «La libertà di parola, la libertà dell’immaginazione, la libertà dalla paura, ma non solo: lui lotta anche per lo scetticismo, per l’irriverenza, per il dubbio, per la satira, per la commedia, e per le gioie profane».

Joseph Anton è però molto più di una semplice dichiarazione di poetica o di un semplice richiamo al diritto e al dovere alla libertà. In un linguaggio discorsivo e di taglio memorialistico – molto meno elaborato e barocco di quello tipico dei suoi romanzi più magici – quelle pagine raccolgono dal primo all’ultimo gli istanti della sua vita di perseguitato. E senza nessuna concessione all’automitologia o al sentimentalismo squadernano uno per uno i momenti cruciali che l’hanno accompagnata: i suoi trasferimenti da una casa all’altra di questo o quel coraggioso amico pronto a dargli ospitalità; la sua progressiva familiarità con le movenze dell’uomo che deve restare invisibile; il suo rapporto con gli agenti della scorta che assistono e proteggono giorno dopo giorno la sua reclusione; la solidarietà e il sostegno – spesso militante nel senso pieno della parola – degli intellettuali più in vista del panorama letterario occidentale; la delicatissima relazione con il figlio a cui dedicherà un romanzo.

La vicenda si dipana come una grande fiaba triste, punteggiata di speranze, di luci, di cadute e di riprese, come uno straordinario affresco dell’itinerario esistenziale di uno scrittore e di un uomo di assoluto valore: sia sul piano della narrativa sia sul piano della morale. Uno scrittore e un uomo che parlano infine a una voce sola come sempre dovrebbe essere in ambito letterario e più in generale culturale. Un uomo e uno scrittore che nel sintetizzare in poche righe il proprio pensiero afferma: «Per reputarsi liberi bisogna avere la possibilità di essere in contrasto anche con le più venerate credenze altrui; una società libera non è placida, ma tumultuosa, e la libertà risuona nel vociante bazar delle opinioni contrastanti».

Joseph Anton. Non solo un libro, dunque, ma anche una sagace invenzione di libertà nelle più proibitive condizioni di prigionia. Joseph come Joseph Conrad, Anton come Anton Čechov.

La letteratura cerca sempre alleati in se stessa, poiché fuori imperversano sempre le spire dell’oscurantismo. «Il modo migliore di descrivere la disputa intorno ai Versi satanici è riportarla ai suoi schieramenti: da una parte chi ha senso dell’umorismo, dall’altra chi proprio non ce l’ha».

Marco Alloni 
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