Tina Modotti

Lo sguardo onesto di una fotografa rivoluzionaria

Sempre, quando le parole 'arte' e 'artistico' vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. […] Se le mie fotografie si differenziano da ciò che di solito si produce in questo campo, è precisamente perché io cerco di fare non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni.

Tina Modotti aveva certamente le idee chiare sull'utilizzo del mezzo fotografico. Tutta la sua produzione ne rispecchia appieno la personalità: vera, libera e priva di affettazione. Se c'è un termine chiave che ben sintetizza il suo fare fotografia, sta in quell'aggettivo da lei stessa messo in luce: “oneste”.

Avvicinatasi alla fotografia, dapprima come modella, all'inizio degli anni Venti del Novecento, Tina Modotti ne comprende subito il potenziale espressivo e comunicativo e il grande valore di “documento”. Per lei, la fotografia rappresenta “il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti”. Per farlo, afferma, ci vogliono “sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un chiaro orientamento sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico”.

La sua attività come fotografa durerà appena un decennio, intrecciandosi inscindibilmente con l'impegno politico e civile, ma darà vita a un corpus di scatti di eccezionale importanza, bellezza e incisività, come testimonia la splendida mostra “Tina Modotti. Donne, Messico e libertà”, al MUDEC di Milano fino al 7 novembre 2021.

 

Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, conosciuta semplicemente come Tina Modotti, nasce a Udine nel 1896, in una famiglia di umili origini. Appena adolescente, inizia a lavorare in una seteria per contribuire al sostentamento della famiglia. Poi, nel 1913, lascia l'Italia per raggiungere il padre e la sorella maggiore, emigrati pochi anni prima a San Francisco. È un viaggio interminabile e faticoso quello che si trova ad affrontare, salpando da Genova a bordo di un enorme piroscafo diretto a Ellis Island, carico di gente in cerca di una vita migliore, proprio come lei. 

In California, Tina Modotti lavora inizialmente come sarta, ma ben presto si inserisce nella vivace realtà culturale locale. Conosce il poeta e pittore Roubaix de l'Abrie Richey, detto Robo, e con lui si trasferisce a Los Angeles. Segue un periodo di scoperta, formazione e fermento creativo. La casa della coppia è frequentata da numerosi intellettuali e artisti. Nel frattempo, grazie al suo indiscutibile fascino mediterraneo, Tina intraprende la carriera di attrice teatrale e cinematografica e posa anche per diversi fotografi, tra cui Edward Weston. Sarà proprio quest'ultimo, qualche tempo dopo, a iniziarla alla fotografia.

Nei progetti di Tina e Robo c'è il Messico. Ma nel 1922, Robo muore improvvisamente di vaiolo proprio in Messico, mentre la sua compagna è in viaggio per raggiungerlo. L'anno successivo, Tina decide di interrompere la sua promettente, ma affatto gratificante, carriera hollywoodiana e di partire comunque verso sud. Con lei c'è Edward Weston.

Nel Messico post-rivoluzionario, dove è in atto un vero rinascimento artistico, Tina Modotti inizia a dedicarsi con passione e determinazione alla fotografia utilizzando una Graflex,  fotocamera di grande formato. Sviluppa così un proprio originale stile che, dalle prime ricerche influenzate dalle avanguardie europee come il Surrealismo e il Cubismo e segnate dal declino del pittorialismo, volge progressivamente verso la “fotografia sociale”. Ciò avviene in parallelo, e in diretto rapporto, con l'impegno sempre più radicale di Tina Modotti sul piano politico e civile.

Rimasta sola in Messico, nel 1927 Tina si lega a Xavier Guerrero, tra i pionieri del movimento muralista messicano e direttore del giornale «El Machete», si iscrive al Partito comunista messicano e fotografa i murales di  Diego Rivera (sarà proprio lei a presentare al pittore l'amica Frida Kahlo).

A poco a poco, gli scatti di Tina Modotti trovano spazio in diverse riviste e guadagnano un'eco internazionale. Spiccano in particolare le sue affascinanti nature morte, in cui combina in modo esemplare estetica e politica, arte e rivoluzione; e poi le tante immagini dedicate ai campesinos, agli oppressi, a tutte quelle persone svantaggiate incontrate per strada. Tina Modotti li immortala con umanità ed empatia, memore delle privazioni e della fame patite durante l'infanzia.

Contadini che leggono «El Machete», 1927, Messico
Contadini che leggono «El Machete», 1927, Messico (© Tina Modotti)

La foto intitolata Contadini che leggono «El Machete», per esempio, assume una valenza emblematica: per Tina, che ha dovuto abbandonare gli studi troppo presto, non vi possono essere cambiamento e libertà senza consapevolezza, informazione, partecipazione.

Le mani del marionettista, 1929
Le mani del marionettista, 1929 (© Tina Modotti)

Quelle di Tina Modotti sono immagini di grande realismo e al tempo stesso dense di significati simbolici, come Le mani del marionettista, metafora del potere e della sopraffazione, o Mani di lavandaia, omaggio alla dignità del lavoro. Senza dimenticare le magnifiche foto che ritraggono le donne di Tehuantepec, pervase di fierezza e autenticità.

Le donne di Tehuantepec portano frutta e fiori sulla testa, 1929
Le donne di Tehuantepec portano frutta e fiori sulla testa, 1929 (© Tina Modotti)

Emancipata, coerente e caparbia, vicina ai più deboli e attiva nella lotta contro le oligarchie e il fascismo internazionale (nel 1927, partecipa alla campagna di protesta in favore di Sacco e Vanzetti, mentre nel 1928 viene segnalata in Italia per un suo discorso antifascista), Tina Modotti è uno spirito libero che non accetta compromessi. La sua forza e il suo impegno, però, non sono graditi: subirà arresti e persecuzioni.

Julio Antonio Mella, 1928, Messico
Julio Antonio Mella, 1928, Messico (© Tina Modotti)

Nel 1929, Julio Antonio Mella, giornalista rifugiato cubano di cui Tina si è perdutamente innamorata, viene assassinato per strada da due sicari proprio mentre lei è al suo fianco. Il mandante è il dittatore cubano Gerardo Machado. La fotografa viene accusata ingiustamente di connivenza. Comincia per lei un periodo particolarmente buio, in cui è costretta ad affrontare una pesante campagna denigratoria, fatta di interrogatori, false accuse e ingerenze nella sua vita privata. Suo malgrado, Tina non si riconosce più nel Paese che l'ha accolta e rifiuta per protesta l'incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale.

In una lettera a Edward Weston, pochi mesi dopo la morte di Mella, Tina Modotti scrive: “lo stessa sono passata attraverso tali sofferenze ultimamente e il mio cuore è così pieno di dolore e sanguinante che mi rende ancor più ricettiva alle sofferenze delle persone care. […] Sto vivendo in un mondo diverso, Edward, strano come proprio questa città e questo Paese possano sembrarmi così totalmente diversi rispetto ad anni fa”.

La situazione precipita quando, l'anno dopo, Tina viene accusata di un fantomatico complotto in seguito a un attentato al nuovo presidente del Messico. Viene incarcerata per tredici giorni e quindi espulsa dal Messico. Gli Stati Uniti potrebbero accoglierla nuovamente qualora rinunciasse alle sue convinzioni politiche, ma Tina non ci pensa affatto. Ha così avvio la sua esperienza da rifugiata politica, in Unione Sovietica e nell'Europa disgregata dal fascismo. Lavora a tempo pieno per il Soccorso rosso internazionale, si lega al militante antifascista Vittorio Vidali e si impegna in particolar modo nella guerra civile spagnola, prestando aiuto alle vittime civili. La fotografia è ormai un lontano ricordo per lei, fa parte del suo passato.

Provata fisicamente e spiritualmente, nel 1939 Tina fa ritorno in Messico, dove vive i suoi ultimi anni di vita nell'ombra. La notte del 5 gennaio 1942, a soli 46 anni, viene stroncata da un attacco cardiaco mentre rincasa da sola in taxi dopo una cena presso l'architetto Hannes Meyer. Si conclude così l'esistenza di questa donna straordinaria che, prendendo in prestito le parole dell'amico Edward Weston, “ha vissuto intensamente, profondamente e senza paura".
Si è detto e scritto tanto su Tina Modotti, la cui figura è diventata nel tempo un'icona di emancipazione e giustizia, avvolta da un'aura mitica ma anche offuscata da troppe leggende. Senz'altro, tra le parole più giuste e sincere, vi sono quelle della struggente poesia che Pablo Neruda scrisse nel giorno della sua morte: “[…] Un mondo marcia verso il luogo dove eri diretta, sorella. / Ogni giorno avanzano i canti della tua bocca, / nella bocca del popolo glorioso che amavi. / Il tuo cuore era coraggioso […]”.

Francesca Cogoni
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