Frontiera morta

Spunti da "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati

Durante la sessione di un laboratorio teatrale su Il deserto dei Tartari presso la Fachschatf d'italiano dell'Università di Friburgo, uno studente mi fa giustamente notare che solo in apparenza il tema del romanzo è la «vita come attesa». «In realtà», continua, «il vero nucleo del libro è l'imprigionarsi con le proprie mani». A questa osservazione, da parte dei partecipanti seguono altri spunti, tra cui quello di chi sceglie di portare come testo di lavoro (in quest'ambito didattico uno spettacolo si costruisce insieme, attraverso l'elaborazione di un materiale collettivo) un estratto da L'uomo senza qualità di Robert Musil.

«Pochi uomini sanno, in fondo, come son giunti a se stessi, (...) alla propria concezione del mondo, (...) al proprio carattere e mestiere e alle loro conseguenze, ma sentono di non poter più cambiare di molto», recita il brano. «Si potrebbe sostenere persino che siano stati ingannati», continua. «Infatti è impossibile scoprire una ragione sufficiente per cui tutto sia andato proprio così come è andato; (...) essi hanno influito pochissimo sugli avvenimenti, che perlopiù sono dipesi da circostanze svariate».

Ciò detto, occorre chiedersi chi sono i Tartari per i protagonisti di questo romanzo del 1940 (a diversi anni, quindi, dall'apparizione di libri quali lo Jackob Von Gunten di Walser e Il castello di Kafka, ma precedente oltre un decennio la prima dell'Aspettando Godot di Beckett) e cosa simboleggiano: forse quelle «circostanze»? O altro ancora?

Drogo e i suoi compagni vengono «assegnati in organico» alla fantomatica Fortezza Bastiani che troneggia su «un tratto di frontiera morta», di fronte a un deserto in cui nulla accade, per caso: all'inizio, durante il suo dialogo col capitano Ortiz, il protagonista afferma infatti di non aver fatto domanda di trasferimento alla Fortezza e di esservi stato «assegnato d'ufficio». Ben presto, però, si rende conto di essere prigioniero di un limbo senza uscita: tutti, qui, vivono passivamente, ammazzando il tempo, e desiderano scappare senza mai trovare il coraggio di farlo, poiché lo scoglio di un atto di volontà nei confronti della vita li paralizza in una dimensione di costante fantasticazione.

Ecco allora spuntare il fantasma dei Tartari. Nonostante sappiano che questi, da tempo immemore, non imperversano nel deserto, i soldati della Fortezza Bastiani sperano nel loro arrivo come in un deus ex machina a cui delegare gli esiti del destino. C'è qualcosa di paradossale in tutto questo: ai loro occhi il nemico (idealizzato) rappresenta una strana speranza; come bambini illusi che, presto o tardi, un evento magico risolva tutto, essi demandano al trascorrere dei giorni le proprie responsabilità nei confronti della sorte.

Drogo non fa eccezione. Benché cosciente dell'ingranaggio stritolante in cui si trova, non coglie nessuna occasione per andarsene e resta in attesa di un'illusoria soluzione anno dopo anno, fiducioso nell'arrivo del suo "grande momento". Tale atteggiamento sembra celare il rifiuto del compito essenziale di ogni vita: cioè, per dirla con Sartre, fare con umiltà qualcosa di ciò che gli altri (la società, il mondo, le contingenze, etc.) hanno fatto di noi. Piuttosto che affrontare se stesso, egli preferisce infatti almanaccare, prendere – o perdere – tempo.

Questa scelta lo condurrà, vecchio e malato, alla resa definitiva «nella  stanza di una locanda ignota, al lume di una candela, nella più nuda solitudine»: infatti nelle ultime sequenze del romanzo, ormai giudicato non idoneo ad affrontare il nemico che, infine sì, si approssima alla Fortezza, Drogo è allontanato per essere curato mentre i restanti si preparano all'agognata battaglia. È tardi, ha aspettato troppo e ciò che rimane non è che lo scontro col puro avversario: la morte. Qui, allora, prima di spirare ha un lampo di saggezza: «Coraggio, Drogo», si dice, «questa è l'ultima carta, va' incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene. Vendicati della sorte, nessuno canterà le tue lodi, nessuno ti chiamerà eroe o alcunché di simile, ma proprio per questo vale la pena».

Cosa può dirci oggi, anzi, adesso, questa storia? Benché celebre, Il deserto dei Tartari è spesso giudicato (come un po' tutta l'opera di Buzzati, in fondo) un libro minore, una copia di modelli alti come il già citato Kafka. Eppure, se ci lasciamo andare alle sue pagine e, al contempo, alle libere associazioni che la contemporaneità ci suggerisce, scopriamo angosciose risonanze con problematiche pressanti, che ci riguardano da vicino: la difesa di una frontiera apocalittica dove, ormai, misteriosamente, nessuno arriva; il nemico invisibile che sembra essere più in noi stessi che non nell'arrivo di fantomatici invasori ai quali affidare il peso dei nostri fallimenti e delle nostre riuscite... non sono forse questi elementi di un presente che, ora, sembra sempre più scoppiarci fra le mani?

Daniele Bernardi
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