I devoti dell’ateismo

Quando credere solo alla ragione diventa patetico

di Marco Alloni

C’è una categoria di intellettuali che trovo particolarmente detestabile: quella degli ateodevoti, dei devoti all’ateismo. Categoria paradossale? Categoria ossimorica? Certamente. Ma d’altra parte è proprio per questo che appaiono detestabili: perché nel loro rigetto di Dio e della sua esistenza assumono quel pathos di intransigenza che è tipico dei credenti più rigorosi e rancorosi, cioè dei loro nemici.

Mi riferisco naturalmente, oltre all’ineffabile Paolo Flores d’Arcais, che sull’ateismo ha costruito una cattedrale dogmatica di stampo razionalistico (in cui viene celebrato un oltranzismo, direi, catto-razionalistico), a figure come Michel Onfray (autore del celeberrimo Trattato di ateologia) o al filosofo della scienza Giulio Giorello (vedi Senza Dio) o al matematico anticlericale Piergiorgio Odifreddi. Figure a cui dobbiamo scandagli esegetici e riflessioni polemiche sulle presunte verità propagateci dal cristianesimo di cui resteremo sempre debitori. Ma che nondimeno trascendono nel patetismo ogni qualvolta ergono a misura della loro dogmatica iper-razionalistica il principio di ragion sufficiente di Kant o quel cogito ergo sum che tanti danni ha fatto e continua a fare sul fronte della modestia umanistica.

 

Laddove infatti l’antropocentrismo – e l’ateismo che spesso lo connota – diventano fede è evidente che cessano di essere semplice contestazione critica del teocentrismo e diventano egolatria della ratio. Con l’ovvia conseguenza di sottrarre all’uomo, non già soltanto e opportunamente la propria sudditanza ai dettami del clero o ai diktat dell’autorità del sacro, bensì anche e soprattutto la sua capacità di leggere la vita e l’universo in termini di irrazionalità e di stupore. Direi di stupore junghiano.

Insomma, laddove il razionalismo di conio illuministico si fa, insieme all’ateismo, araldo del rifiuto dell’irrazionale, è evidente che con la modestia umanistica scompaiono le cosiddette verità poetiche, artistiche e magiche che ci sono state offerte nella storia come chiavi di lettura del mistero: scompaiono insomma quei patrimoni dell’umano che ci hanno consentito nei secoli, anzi nei millenni, di partecipare all’esistenza in termini di meraviglia. O per dirla con Boccaccio, in termini di maraviglia.

L’ateismo contemporaneo occidentale si presenta pertanto come un congruo e necessario strumento di contestazione dell’auctoritas ecclesiastica – e di tutto ciò che di oscurantistico porta con sé – da una parte. Ma dall’altra fa strame di quelle risorse spirituali che per millenni hanno nutrito il meglio della nostra creatività, riducendo il genio poetico e tutti i suoi derivati a semplici approssimazioni del sedicente vero sapere, quello enciclopedico.

E questo, sia o non sia l’ateodevoto un portatore di progresso in termini di consapevolezza scientifica e di laico intendimento della giusta organizzazione politica degli Stati, è un fatto sommamente detestabile.

Tanto più se pensiamo che fare gli atei in Occidente a esordio del nuovo Millennio – con tutto quel che è già passato in termini di secolarizzazione da d’Holbach ai nostri giorni attraverso Feuerbach e la miriade di adepti dell’ateodevozione che ci hanno preceduti – è quasi più facile che sparare sulla Croce Rossa. E in definitiva non meno patetico che affermare la sovranità del capitalismo in un mondo ormai beatamente e irreversibilmente capitalistico.

No, sarebbe auspicabile che questi presunti paladini dell’emancipazione dalla superstizione promuovessero le proprie battaglie ateistiche là dove è profondamente complicato portare la voce dell’eresia: nel mondo arabo e nelle terre della devozione religiosa a prova di bomba. Allora sì che sarebbero storicamente determinanti, eticamente raccomandabili e politicamente commendevoli. Ma questo non accade perché l’ateismo contemporaneo occidentale – nella fattispecie europeo e italiano – predilige la critica ornamentalistica e la retorica della contestazione. Vale a dire, preferisce far piovere sul bagnato.

Aspettiamo allora Flores d’Arcais a Kabul o al Cairo a braccia aperte. Lì un salutare ateismo ha ancora un suo perché. Qui solo le parvenze di un intellettualismo che sa malinconicamente di déjà-vu.

Condividi

Correlati