Daniele Bernardi in
Daniele Bernardi in "Io, Pierre Rivière..."

Il teatro e il suo oppio

Quasi un manifesto

di Daniele Bernardi

Eternamente avviluppati dentro la superficie levigata dell'oggi, dominata dal grande schermo che, ovunque, vela con la sua mobile coltre lo sguardo ad ogni passo, ancora, in arte, vorremmo che qualcosa ci ingaggiasse. Sfoglio la copia sdrucita di Il teatro e il suo doppio e leggo parole che, nonostante tutto, non scoloriscono in questo tempo di smarrimenti: «Abbiamo soprattutto bisogno di vivere», scrive nel 1938 il più grande uomo di teatro del secolo, «e di credere in ciò che ci fa vivere e che qualcosa ci fa vivere – ciò che proviene dal fondo misterioso di noi stessi non deve continuamente riversarsi su di noi in un travaglio volgarmente digestivo».

Eppure il «travaglio volgarmente digestivo» pare, sempre più, averla vinta su tutto: artisti di ogni sorta, specie in teatro (con alcune eccezioni), diversamente da quanto avveniva in altri frangenti, si impegnano non tanto nel rischio, nel pericolo o nella coraggiosa ricerca di una posta in gioco, ma nel trucco, nell'escamotage, nel bisogno di strizzare l'occhio a un'idea di spettatore fondata su due riduttive equazioni: pubblico = mercato, teatro = azienda.

Ebbene, checché se ne dica, il teatro non è una ditta che sforna prodotti; non per un artista perlomeno, se per artista si intende qualcuno che possiede una visione: «Bisogna far pagare la gente per il teatro che vuole», asseriva Vsevolod Mejerchol'd, «ma devi pagare di tasca tua per fare il teatro che vuoi».

Conosciamo i problemi riguardanti le produzioni, gli allestimenti e, soprattutto, la distribuzione di uno spettacolo. Ci confrontiamo costantemente coi meccanismi di potere che pervadono il mondo della cultura. Ma niente di tutto questo ci impedisce di credere che l'arte debba essere qualcosa di più alto di una data in cartellone. Torniamo alla lezione di Grotowski, il quale, praticando la scena come esperienza totale, si disinteressava ai grandi numeri al punto da abbandonare la performance pubblica in nome della pura ricerca. Certo, non si chiede questo, ma, almeno, artisticamente, qualcosa di equivalente.

Intervista a Jerzy Grotowski

Intervista a Jerzy Grotowski

A cura di Enrico Romero (Archivi RSI, 1976)

A questo punto, già sento levarsi un borbottio di fronte a queste righe buttate giù di notte: «Roba vecchia», dirà qualcuno. «Non siamo più negli anni Settanta», aggiungerà un altro; magari lo fossimo, mi verrebbe da rispondere: se c'è un'epoca recente che visse in nome di idee culturali forti fu quella. Ma a queste rimostranze, rispondo qui con un aneddoto che vale più di mille parole.

Era il 2011 quando aderivo al coraggioso progetto di un piccolo gruppo romano: La colpa, della Compagnia Ginepro Nannelli. Il regista Marco Carlaccini e la collega Patrizia D'Orsi avevano ingaggiato noi attori in un progetto che prevedeva l'allestimento di una rielaborazione di Le mosche di Jean-Paul Sartre con un gruppo di senzatetto. Allo spettacolo partecipava anche un ensemble di musicisti.

Nei mesi precedenti, nella sede della Casa delle Culture – oggi infelicemente scomparsa –, si affollò un'umanità esangue e senza voce; il percorso era cominciato con un coinvolgimento dello spazio per offrire delle colazioni agli indigenti. Quando a un gruppo di clochards venne sottoposta l'idea di uno spettacolo, questi aderirono con interesse, lanciando la compagnia in una breve e spericolata avventura. Fra loro, qualcuno si affezionò particolarmente all'idea e, non senza sagacia, diceva la sua cercando di aggiustare il tiro dell'operazione.

Oggi non ricordo il nome dell'uomo maltrattato dalla vita che, parlando con il regista che esplicitava le note difficoltà del vivere di teatro, disse: «Sai, Marco, cosa vuole il pubblico quando esce dalla sala? Qualcosa che gli rimanga nella testa». Non so nulla di lui – aveva uno sguardo e un'ironia gentili – ma la sua frase mi è rimasta addosso: in tanta semplicità è esplicitata l'essenza di ciò che dovrebbe sottendere l'atto creativo: dare qualcosa a qualcuno – solitamente se stessi – e lasciare che questi se lo porti via. E per fare ciò, probabilmente, occorre donarsi, più che vendersi.

Pertanto, salendo a cavallo della scena o sedendo in attesa fra le sedie, credo sarebbe bene che chi fa teatro tornasse a interrogarsi, ogni giorno, su quale parte di sé sta offrendo e quale, invece, rischia di perdere di vista in nome della mera auto-realizzazione. D'altra parte, se l'arte fosse qualcosa di diverso, probabilmente nessuno la sceglierebbe come destino.

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