(Keystone)

L'ombra lunga di Frankenstein

Mary Shelley: una profezia che dura da 2 secoli

di Mattia Cavadini

Lago Lemano, inverno 1816. La stagione è fredda e piovosa. I temporali sono spettacolari e spaventosi. Di sera, a villa Diodati, una giovane diciottenne, due poeti romantici e un medico eclettico si sfidano a chi comporrà la storia di fantasmi più avvincente. Nasce così Frankenstein, ovvero Il Prometeo Moderno, per mano di Mary Wollstonecraft Shelley, che nella gara supera nientemeno che Lord Byron, il suo futuro marito Percy Shelley e il dottor John William Polidori (cui si deve il racconto Il vampiro, che avrà grande influenza sul Dracula di Bram Stoker).

La storia scritta da Mary Shelley (pubblicata in prima versione ad inizio 1818) è nota. All’università di Ingolstadt lo studente ginevrino Victor Frankenstein, appassionato di philosophia naturalis, rattoppa e unisce pezzi di cadaveri di uomini e di animali, componendo una creatura ed imprimendogli la vita: «Raccolsi intorno a me gli strumenti della vita per infondere una scintilla animatrice nella cosa immota che mi giaceva davanti. Era già l’una del mattino: la pioggia batteva sinistramente sui vetri e la candela era quasi tutta consumata quando al bagliore della luce che andava estinguendosi vidi gli occhi giallo-opachi della creatura aprirsi. Respirò ansando e un moto convulso gli agitò le membra». Disgustato dall’aspetto di ciò che ha creato, Victor scappa. La «cosa» cerca invano le attenzioni del suo artefice. Rifiutata, si trasforma in quel mostro che porterà Victor e la sua famiglia alla rovina.

Il successo editoriale è immediato: nel 1823 ne nasce una versione teatrale, che orienta la fruizione dell’opera secondo la contrapposizione: scienziato pazzo vs mostro crudele. All’interno di questa contrapposizione rientrano le innumerevoli trasfigurazioni letterarie, ugualmente celebri, come Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson (dove una «droga scientifica» scinde in due la personalità della cavia) o la raccapricciante Isola del dottor Moreau di H. G. Wells (tragica vicenda di uno scienziato che «scolpisce» a forma umana delle belve per mezzo di feroci operazioni chirurgiche). Sul piano cinematografico, la contrapposizione verrà ulteriormente esacerbata, grazie a Boris Karloff che offre al mostro un volto indimenticabile, nel film Frankenstein uscito nel 1931.

Con questo film il nome di Frankenstein entra erroneamente nella memoria collettiva, passando dall’artefice alla sua creatura. Che sia un videogioco (Frankenstein, the monster returns, 1990) o una rinnovata versione cinematografica (I Frankenstein, 2014), che sia una maschera di carnevale o l'ennesima allusione metaforica, il nome di Frankenstein è strettamente legato alla «cosa». Questo accade sia nella cultura cinematografica (dove il riferimento al mitico mostro torna in modo esplicito o sotto traccia nei film che hanno come oggetto l’intelligenza artificiale, i cyborg o gli androidi), sia in ambito giornalistico (dove l’abuso è all’ordine del giorno: il salmone geneticamente modificato è un pesce-Frankenstein, i cibi transgenici sono Frankenfoods).

Ma l’ombra di Frankenstein non è confinata solo alla cultura pop (racconti, film, fumetti e giornalismo). L’orrenda creatura (rielaborazione del mito ebraico del Golem), si aggira anche, e soprattutto, nel mondo scientifico. Ed in effetti è a questo livello che essa appare particolarmente profetica. Nel 1997, quando la rivista Nature dedica la copertina a Dolly, la pecora nata in Scozia da clonazione, i parallelismi con l’esperimento descritto da Mary Shelley si susseguono a più riprese.

Oggi, con lo sviluppo della biologia molecolare, della genetica (in grado di ricombinare le specie viventi, modificandone il Dna e soppiantando la millenaria legge dell’evoluzione e della selezione naturale) ecco che l’ombra di Frankenstein si insedia negli infiniti laboratori di biologia di tutto il mondo. In questi ambienti di sperimentazione il racconto di Mary Shelley sembra essere diventato realtà: in essi, grazie alla potenza della tecnica e della ragione, la possibilità di modificare non solo la natura delle specie animali e vegetali, ma anche quella dell’uomo viene accarezzata quotidianamente.

È un processo, questo, che fa paura, perché erode il concetto dell’irripetibilità della natura umana, della singolarità di ciascuno di noi, riducendo la differenza non solo fra le nostre menti ma anche fra i nostri corpi. Alla paura non bisogna, però, rispondere sollevando muri. Chiedere alla scienza e alla tecnica di fermarsi non solo non è realistico, ma non è neanche desiderabile. Torniamo piuttosto al racconto di Shelley, che custodisce non solo una profezia, ma anche un insegnamento. Frankenstein, infatti, in una delle sue innumerevoli confessioni, dice di essere diventato malvagio perché rifiutato dal suo creatore e dal genere umano. La sua, prima di essere una ribellione, è una domanda d’amore ed è in questa domanda che si annida il senso e l’insegnamento profondo dell'horror story. La storia di Frankenstein ci ricorda che dobbiamo amare le nostre creature,  i nostri mostri, che dobbiamo prenderci cura delle nostre tecnologie come dei nostri figli. Esse ci daranno inevitabilmente dei problemi, ma spetta a noi guidarle, orientando le loro azioni affinché non ci distruggano e non ci estranino da noi stessi e dal nostro corpo. Il rischio, altrimenti, è che la biologia molecolare, con il suo potere di alterare la specie umana, ci trasformi in un prodotto industriale. Contro questo estraniamento, che mina alle radici la specificità dell’uomo, occorre invocare (all’unisono con l’orrenda creatura) etica e amore.

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