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Recensioni di scambio

La letteratura e il tronismo dell'Esserci

“Vanno a due a due i poeti” recitava una canzone di De Gregori. “Sognano di vittorie e premi letterari”. L’immagine può sembrare stereotipa ma non lo è. Poiché in effetti racconta di un mondo che, lungi dall’essere caricaturale al modo in cui lo sono spesso gli stereotipi, è viceversa cupamente reale.

Reale almeno quanto potrebbe esserlo quello che definirei – facendo il verso al famigerato voto di scambio – il principio della recensione di scambio. In buona sostanza: “Io voto te e tu voti me, io faccio un favore a te e tu fai un favore a me, io recensisco il tuo libro e tu recensisci il mio”.

In questo senso figurarsi poeti che “vanno a due a due” e “sognano di vittorie e premi letterari” non è affatto un pregiudizio nei confronti della nobile categoria, semmai la rappresentazione plastica di un mondo letterario ormai clientelare non meno che disamorato di sé.

O come definire altrimenti da recensione di scambio la prassi – ritenuta ormai consunstanziale alla maledizione dell’Esserci che sovrasta e sostituisce la benedizione dell’Essere – di procacciarsi l’interesse dei colleghi fingendo strategicamente di interessarsi a loro, promuovendoli in questo o quel saggio critico affinché essi contraggano quel debito di riconoscenza che li obbliga a loro volta a contraccambiare con un analogo e analogamente finto saggio di celebrazione?

Da qualche decennio il garbuglio di una critica preterintenzionale finalizzata a procacciarsi un consenso fasullo e altrettanto interessato non fa che infittirsi sempre più, portando a livelli grotteschi quella che pure è sempre stata una pratica piuttosto frequentata. E il risultato è che decine di reputazioni abusive non risultano sovente se non da un reticolo di relazioni autopromozionali che non sono in alcun modo effetto della qualità specifica delle opere in questione bensì abili raggiri per evitarne di parlare della loro assenza.

Problema irrilevante, dirà qualcuno. Giacché il tempo assegnerà al silenzio tali solerti strateghi – tali volenterosi lacché dello scambismo – e salverà soltanto le opere che meritano di restare negli annali.

Eppure non nascondiamoci dietro a un dito: il  problema non investe solo il potenziale di durata di questi commercianti del Sé, ma lo spirito stesso che – a quanto ci dicevano a scuola – dovrebbe connotare la morale e lo stesso sé di un poeta. Il quale, se è autentico (così ci insegnava Rilke a scuola) potrebbe anche impiegare un’intera esistenza per giungere alla stesura di un solo verso.

Non è naturalmente questa la sede per idealizzare i poeti e le poesie né per rimpiangere lo stesso Rilke. Ma certo non possiamo esimerci dal domandarci: può uno scrittore, un poeta autentico, un autore a cui la forma delle parole, la forma dell’opera, appaiono tanto più coerenti con se stesse quanto più lo sono rispetto all’etica che le connota, alla radice morale da cui scaturiscono, cedere alla schizofrenia di vivere e produrre per l’Essere e contemporaneamente soggiacere alla miseria delle suggestioni dell’Esserci?

Certamente sì. Una simile schizofrenia non è anzi solo possibile ma ha trovato espressione persino in autori del calibro di Pasolini (che chiedeva a Sciascia di votarlo allo Strega) e in decine di altri insospettabili. Ma ugualmente sollecita una domanda: siamo certi che l’attuale “scambismo letterario”, le attuali “recensioni di scambio”, ricadano nella stessa schizofrenia di un tempo? Oppure rispondono a una condizione letteraria in cui appunto l’Esserci non reclama solo uno spazio a posteriori rispetto all’Essere ma semmai uno spazio di sostituzione integrale dell’Essere?

Il tema richiede approfondimenti delicati. Sicuramente un certo “tronismo” sembra ormai imperversare su tutta la linea d’orizzonte. E purché assisi su un qualsiasi trono momentaneo di 15 minuti o giorni di gloria molti contemporanei sarebbero pronti a fare carta straccia dell’Essere (anche dell’Essere anonimo) in nome di quell’Esserci di cartongesso che è la consolazione del lacché convinto che – pur senza talento – quei 15 minuti o giorni valgano la fatica dello stratega.

Marco Alloni
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