Letteratura

Simone Torino, scrivere a colpi di zappa

Nel suo “Macaco”, lo scrittore Premio Calvino racconta la vita - durissima - dei braccianti agricoli in montagna. Ispirato da Jack London e Pippi Calzelunghe

  • Ieri, 17:00
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Di: Alice / Moira Bubola / MrS 

Valle d’Aosta, Italia. È la regione da cui arriva Macaco: un titolo, un protagonista. Macaco è un bracciante agricolo che lavora in montagna con due colleghi e amici: Bestemmia e Lo Zitto. C’è poco altro da sapere, prima di calarsi nel mondo di montagna raccontato da Simone Torino, che immerge i personaggi in una natura che non fa sconti, lontana da ogni bellezza da cartolina.

Moira Bubola: Da dove vengono i personaggi di Macaco, Bestemmia e Zitto?

Per la costruzione di questi personaggi, sono partito dall’idea del clown, nel senso nobile del termine, come Charlie Chaplin o Buster Keaton: il clown che ride di sé e delle sue disgrazie perché non può fare altro. Ho pensato ai tre tipi di clown: l’Augusto e il Bianco, che di solito vanno in coppia, uno più austero e l’altro più “fracassone”, e poi il Vagabondo. Ho pensato a Bestemmia e Zitto come i primi due, e Macaco come il terzo. Poi, naturalmente, i personaggi prendono strade inaspettate e non resta che seguirli.

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"Macaco" di Simone Torino, Einaudi (dettaglio di copertina)

“Macaco”

Alice 10.01.2026, 14:35

  • einaudi.it
  • Moira Bubola

Ci può raccontare brevemente il perché del nome “Macaco”?

Spesso mi chiedono perché ho scelto questo nome, che potrebbe sembrare un insulto. In realtà, non è così. Ho lavorato come bracciante agricolo, esperienza che mi è servita per la storia, ma anche come assistente nei soggiorni vacanza per anziani. Durante uno di questi soggiorni, assistevo una signora con cui avevo instaurato un bel rapporto. Ogni volta che la accompagnavo fuori dalla stanza, mi dimenticavo sempre qualcosa: l’ombrello, il bastone, gli occhiali. Lei mi riprendeva dicendo: “Macaco, ti sei dimenticato gli occhiali!”. Questa parola, “Macaco”, mi piaceva molto sia per il suono che per il significato, al punto da usarla per il personaggio.

Lei si definisce un ladro, che ha rubato storie e parole dalle persone che ha incontrato, creando un impasto linguistico speciale e unico. Come è arrivato a questa lingua scabra, spoglia, vicina al dialetto, così ruvida e giusta?

Ho lavorato su più fronti. Mi sono chiesto come potesse parlare un contadino delle mie parti. Ho molti esempi, anche perché io stesso ho fatto il bracciante agricolo per sette-otto anni. Questa è stata la parte più facile, diciamo, per il tono della voce del protagonista. Poi c’è stata la parte più tecnica della riscrittura, del taglio del testo, non solo in quantità ma anche in qualità. Ho cercato qualcosa che rispecchiasse, come ha ben detto Viola Ardore, una parlata “a colpi di zappa”, con frasi brevi, incisive e asciutte. Questa cosa mi è piaciuta molto e ho lavorato in quella direzione.

La frase che ha messo in esergo, “Il troglodita non era un troglodita, rispecchiava il livello della civiltà dell’epoca”, è un aforisma di Stanislaw Jerzy Lec. Perché ha scelto questa frase, che potrebbe sembrare sviante rispetto a quello che ci racconta? Macaco, Zitto e Bestemmia non sono dei trogloditi…

Questo è proprio il punto. Sono venuto a conoscenza di questo autore grazie a Paolo Nori, che aveva citato alcuni suoi aforismi. Ho letto i suoi Pensieri spettinati e ho trovato questo aforisma che, secondo me, calzava molto bene. Questa è un po’ una domanda nascosta che faccio al lettore. L’esergo dice questa cosa, tu leggi tutto il libro e alla fine, rileggendolo, puoi trovare la tua risposta. Chi è il troglodita? Chi è il vero troglodita? Questa è la domanda con cui lascio sempre i lettori.

Lei è un grandissimo lettore, onnivoro. Chi l’ha influenzata, tra gli scrittori che aveva tra le mani nel periodo della stesura di “Macaco”?

Quando rispondo a questa domanda, cito sempre tre libri che per me hanno contato molto, anche se in realtà sono molti di più. Potrei dire che tutti quelli che ho letto mi hanno influenzato in qualche modo, anche quelli che non mi sono piaciuti, perché inconsciamente si tende a scartare o a tenere ciò che si è letto. Tra questi, cito sempre Pippi Calzelunghe, il primo libro che ho letto in autonomia, consigliato da mia mamma. Mi ha fatto capire quanto potente potesse essere la letteratura, questa cosa di costruirsi da soli dei mondi nella testa mi ha affascinato tantissimo. L’altro è Martin Eden di Jack London, la storia di un marinaio che decide di diventare scrittore e, con incredibile forza di volontà, ci riesce. E poi cito sempre Paolo Nori, con Le cose non sono le cose o Bassotuba non c’è. Il suo modo di scrivere, molto orale, mi ha fatto capire che si poteva scrivere in maniere diverse da quelle a cui ero abituato, che erano più vicine al romanzo classico. Nei romanzi di Paolo Nori, la scrittura influisce tanto quanto il contenuto, e questo mi ha dato una scelta in più.

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