Rivenditori d'arte

Spunti su professionismo e creazione

Oltre ad aver realizzato quanto il fascismo storico non è stato in grado di fare – la fonte è ancora Pasolini – la società dei consumi ha ottenuto, attraverso la perversione dei corpi, delle coscienze e dei sistemi di valore, un pericoloso (e in parte involontario) asservimento da parte delle arti alla dittatura economica. Infatti, oggi, in questo contesto, rispetto a un passato nemmeno troppo lontano, sembra vigere il più completo accademismo.

Ma cosa intendo? Se in un dato momento – penso a più periodi del Novecento – la cultura di riferimento è stata quella marginale, schierata, non incline al compromesso e disposta a pagare il prezzo della propria auto-esclusione, ora ciò sembra essersi vanificato in nome di un'urgenza, che si palesa con la forza di un comando, radicata nella necessità di affermare la propria presenza in un panorama funzionale agli ingranaggi del mercato (la scusa accampata in merito dai cosiddetti professionisti solitamente è che del proprio mestiere si deve pur mangiare).

È quindi scontato che a essere valorizzata dall'attenzione delle istituzioni che si occupano di cultura, e di conseguenza dal pubblico, non sarà l'autentica opera d'arte, ma il "prodotto" che meglio soddisfa tale meccanismo grazie alla comprovata fama del proprio nome.

Oggi siamo quindi circondati, appunto, da professionisti le cui caratteristiche sono, da un lato, la mercenaria preoccupazione di lavorare a ogni costo, dall'altro, la spinta ad aderire, come ligi burocrati, a standard imposti dal pressoché completo appiattimento qualitativo; della qualità, di fatto, si evita di parlare perché ora vince il comodo adagio: ognuno ha i suoi gusti (che questi, poi, siano pessimi poco importa).

Ma l'assillo di un creatore non dovrebbe essere altro? Perché dedicarsi a qualcosa di difficile quanto l'arte quando, a conti fatti, si finisce per ragionare come semplici venditori di scarpe?

Franz Kafka
Franz Kafka

Per quel che riguarda l'indiscutibile bisogno di mangiare possiamo trovare un'ottima risposta in uno degli Otto quaderni in ottavo di Kafka, scrittore che, come tutti sapranno, mentre cambiava la visione del mondo con le parole, ha passato la sua breve esistenza impiegato nel bigio Istituto delle Assicurazioni contro gli incidenti sul Lavoro per il Regno di Boemia: «Nessuno, quaggiù, produce altro che la sua possibilità di vita spirituale; non ha molta importanza che, secondo l'apparenza, si lavori per nutrirsi, vestirsi, eccetera; il fatto è che, con ogni boccone visibile, si riceve anche un boccone invisibile, con ogni veste visibile, anche una veste invisibile». Ciò detto, siamo certi, da artisti (cioè da individui che dovrebbero avere una certa attenzione per quella «possibilità spirituale» di cui parla Kafka), che la spinta alla mera sopravvivenza possa, da sola, giustificare il proprio atteggiamento etico-estetico?

 

Certo, anche Antonin Artaud, figura centrale del teatro e della cultura del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, parlava dell'importanza di una corrispondenza fra la cultura e la fame che abita il mondo; ma la fame artaudiana è figlia del desiderio di nutrirsi o di ingurgitare a rotta di collo pur di tenersi in vita?

Lesage, Augustin, Les grandes oeuvres ne s'élaborent que dans le recueillement et le silence
Lesage, Augustin, Les grandes oeuvres ne s'élaborent que dans le recueillement et le silence

Personalmente da tempo cerco l'arte dove questa è in qualche modo bandita o non presa in considerazione come tale. Oppure mi interesso a forme di espressione che hanno in sé qualcosa di sanamente fuorilegge. Ad esempio, se c'è un luogo potenzialmente utile ad artisti in cerca di un autentico confronto, credo che questo sia – lo ripeterò sempre – la storica Collection de l'Art Brut di Losanna. Qui, fra le sale del castello di Beaulieu, nessuno si "esibisce", agisce per vanità o perché «si deve pur mangiare»: il solo cruccio di questi outsiders è lavorare con artigiana meticolosità alla creazione del proprio mondo e del discorso ad esso sotteso. L'insieme dei risultati – è lì da ammirare – comprende autentici capolavori di follia e di rigore.

D'altra parte, nell'affrontare le tematiche qui trattate è bene, anche, tenere a mente una splendida prosa di Eduardo Galeano su un artista le cui tele, oggi, sono tanto mercificate da risultare annullate: Van Gogh. Vi si legge: «riuscì a vendere un quadro, solo uno, in tutta la sua vita. (...) Più di un secolo dopo, le sue opere fanno notizie sulle pagine finanziarie dei giornali che non lesse mai, sono i dipinti più quotati nelle gallerie d'arte dove non entrò mai, le più viste in musei che ignorarono la sua esistenza e le più ammirate in accademie che gli consigliarono di dedicarsi ad altro. Adesso Van Gogh arreda ristoranti che gli avrebbero negato il cibo».

Ora, un po' come quando in Il Maestro e Margherita di Bulgakov all'ingresso della casa degli scrittori i tirapiedi di Satana disquisiscono con un'impiegata sulla validità di Dostoevskij come autore nonostante la sua mancata iscrizione nel registro, una domanda sorge spontanea: l'autore de I girasoli era un professionista o un pittore? Chissà.

Daniele Bernardi
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