Un libro bellissimo da leggere, difficile da raccontare. Il titolo offre già un’indicazione: Julian Barnes ci avvisa che questo è il suo ultimo libro – il libro definitivo, cui non seguirà altro. Lo definisce una sorta di congedo: è finito il tempo della sua scrittura. Un congedo, quindi, su cui aleggiano i temi della morte e della memoria, volontaria e involontaria. E anche Marcel Proust, trattato con disinvoltura e un pizzico di polemica.
“Partenze” di Julian Barnes
Alice 28.02.2026, 14:40
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Riguardo ai due temi, il primo – la morte – non è leggero da affrontare. Eppure, nello spirito ironico di tanta cultura anglosassone, quella che ha la sua origine e il suo archetipo in Laurence Sterne, anche la morte trova campo senza essere greve.
Partenze non è un romanzo, piuttosto una lunga sequenza di osservazioni, ricordi, racconti, tra i quali c’è la storia interrotta e riannodata di due amici del tempo dell’università. La vicenda della loro relazione di coppia, mancata allora, ricostruita poi – che è meglio lasciare come sorpresa al lettore, perché è una parte estremamente affascinante da esplorare da soli.
Dentro tutto questo raccontare, si parla anche di malattie e di terapie. Barnes è del resto anche lui, in prima persona, affetto da una singolare forma leucemia – di cui dice, con molta ironia e anche molta leggerezza: non morirò per lei, ma con lei. Dentro tutto questo raccontare, c’è anche un avvolgente excursus sulla specie umana – tra l’altro, messa a confronto con quella canina.
“Partenze” di Julian Barnes, Einaudi (copertina)
Non c’è invece alcuna compiaciuta nostalgia, al pensiero di un congedo che è stato meditato nel corso di tre anni di scrittura, dal 2022 al 2025: tre anni in cui si sono fatte avanti argomentazioni divertenti e inquietanti sul tema della memoria involontaria, dai quali discendono i riferimenti alla già citati alla Recherche, osservata con occhio critico e ironico, tipico degli anglosassoni nei riguardi di un francese.
Le considerazioni circa il peso che gli anni hanno sul nostro corpo e sulla nostra mente, dentro Partenze, sono giocate in leggerezza e profondità, non è un ossimoro.
È una realtà che si tocca con mano: degrado degli organi, smarrimenti di memoria. Tutto questo ci preoccupa, e così arrivano le domande sulle funzioni del nostro cervello. Il cervello, considera Barnes, la sa molto più lunga lui su di noi, che noi su di lui.
Tra affondo e leggerezza si muove anche il racconto degli avvenimenti, dei ricordi, dei confronti, dei tanti incontri che si sono avvicendati nel corso di una vita – la vita di uno scrittore che ha avuto fama notevole.
E così sembra prendere forma un suggerimento: se fossimo capaci di interpretare con leggerezza anche il nostro passaggio dalle parti della Terra, magari le cose potrebbero andare diversamente.
Non ci sono intenzioni educative o didattiche, in questo libro: Julian Barnes non ha alcun messaggio da mandare urbi et orbi. È solo una specie di campionatura dei casi della vita, dei fraintendimenti, delle interpretazioni – giuste o sbagliate – che diamo, di questa vita. Barnes ripercorre una varietà di suoi riferimenti colti e domestici, da Virginia Woolf (che, ci dice Barnes, amava e invidiava Proust) a Verdi, da Flaubert a Goethe, a Shakespeare a lui stesso.
Nessuna falsa modestia nel ricordare certi passi del suo passato, le tante relazioni di una vita che in ottant’anni ha accumulato esperienze e conoscenze. Poche certezze. E una considerazione semplice e sostanziale, riguardo al nostro interrogarci sul vivere e il morire: è solo l’universo che fa il suo mestiere.
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