Nubi di cenere nascondono un sole pallido. Gli alberi carbonizzati sono lapidi per la flora scheletrica, cedono sotto il peso del vento. Gli animali sono scomparsi. Fa freddo. Soprattutto di notte. L’uomo e il bambino sono sporchi, smunti. Si dirigono verso sud. È la loro unica possibilità. Devono portare il fuoco, ne sono i custodi.
La strada (2006) di Cormac McCarthy è un romanzo algido come il mondo che descrive, in cui le estreme conseguenze di una catastrofe mai esplicitata diventano insostenibile quotidianità. Leggere le vicissitudini dei due protagonisti senza nome come una rivisitazione dell’eterna lotta tra uomo e natura sarebbe un errore. La natura è sconfitta, l’uomo l’ha annientata. Ora deve confrontarsi con le ripercussioni delle proprie azioni.
Ricordo di Cormac McCarthy
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Le conseguenze sono reali, ma diventano per estensione esistenziali. In gioco c’è la perdita del tratto che dovrebbe caratterizzare l’essere umano: l’umanità. Quel fuoco che deve rimanere acceso anche quando il mondo si è fatto buio, quando «il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano».
La lingua di McCarthy è contenuto oltre che forma. Precisa, minimalista, eppure dotata di un lirismo biblico. Non potrebbe essere altrimenti: se l’uomo ha perso la concezione della sacralità della vita, il linguaggio deve provare a creare un nuovo senso del sacro. La fede di un padre che crede in un futuro per il figlio, la fede di entrambi nel rimanere umani anche di fronte all’orrore dell’uomo. Ci può essere spazio per il divino dopo l’apocalisse?
Se lo chiedessimo a Margaret Atwood risponderebbe di sì. Uomo delle Nevi, protagonista di Oryx e Crake (2003), primo capitolo della trilogia di MaddAddam, è magro e trasandato tanto quanto i personaggi di McCarthy. Ma per i Crakers, esseri umani geneticamente modificati per essere pacifici e rispettosi della natura, è una sorta di profeta.
L’ecocidio diventerà reato?
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Lo spunto narrativo di Atwood non è così diverso da quello di McCarthy. In entrambi l’uomo si confronta con una nuova realtà a causa di una catastrofe. Se in La strada è un evento sconosciuto, in Oryx e Crake è una scelta. In un mondo in cui l’ingegneria genetica è diventata un business redditizio, forse spetta alla scienza pareggiare i conti. Come? Portando a un nuovo inizio, in cui l’uomo cede il passo a nuove creature che meglio si rapportano con la natura.
La visione di fondo è pessimista, ma è difficile confutarla. L’essere umano nei romanzi di Atwood, salvo poche eccezioni, non può per sua natura evitare di imporsi su ciò che lo circonda. È impossibilitato per genetica, schiavo delle proprie pulsioni. L’unica soluzione è dare una mano all’evoluzione, scegliere di eliminare le caratteristiche che portano a questo rapporto problematico.
Quindi non c’è altra soluzione? Il rapporto tra esseri umani e natura è segnato dal conflitto e uno dei due dovrà soccombere? Una terza via sembra tracciarla Jeff VanderMeer con Annientamento, primo romanzo della serie dedicata all’Area X giunta al quarto capitolo con l’uscita di Assoluzione lo scorso 2 giugno.
Raccontare la Terra dell’Antropocene
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L’Area X è una natura incontaminata, apparentemente idilliaca, ma in sé possiede una forza di assimilazione totale. Una squadra di ricercatrici viene inviata per studiarla. Non è la prima volta che succede, ci sono state altre spedizioni prima. Tutte fallite. Quando l’équipe raggiunge l’area, si assiste a un capovolgimento di ruoli. La natura sembra cercare di comprendere e integrare l’uomo, il punto di vista si ribalta.
Quello di VanderMeer è un tentativo di superare la narrazione antropocentrica, di scardinarla. L’uomo nella natura è allo specchio, immergersi in essa è sprofondare nella propria psiche. Non si può resistere, solo abbandonarsi a un annientamento egotico prima che fisico. Un appello a un cambio di prospettiva, per evitare di trovarsi di fronte a conseguenze o scelte irrimediabili.
Nella Giornata Mondiale dell’Ambiente, la letteratura continua a interrogarsi e interrogarci. Perché il nostro rapporto con la natura ha subito uno strappo, e per sanarlo servono tutti i mezzi possibili. Che sia ritrovarne la sacralità, cercare di controllare i nostri stimoli o mettere da parte l’antropocentrismo. Perché se la sfidiamo, possiamo solo perdere. Il mondo senza di noi in fondo andrà avanti, possiamo dire lo stesso del contrario?





