Coppa del Mondo e Letteratura

La nazionale svizzera più forte non ha mai calciato un pallone

Un Nobel in porta, una trequarti mistica e caotica, una punta glaciale. Ecco la nazionale che avremmo sempre voluto vedere in campo ai Mondiali: quella dei più grandi scrittori elvetici della storia

  • Un'ora fa
Pallone da calcio (canva)
Di: Alessio von Flüe 

Undici scrittori, quattro lingue, un solo modulo. La nazionale svizzera di letteratura scende in campo in un 3-4-2-1 che è insieme sistema di gioco e mappa culturale di un paese. Dal Nobel in porta alla punta ungherese naturalizzata, ogni posizione racconta qualcosa di questa confederazione di voci che da secoli resiste alle etichette e alle semplificazioni. Scegliere solo undici giocatori è quasi impossibile, ma ci abbiamo provato.

Gli undici titolari della nostra Nazionale svizzera di letteratura

Gli undici titolari della nostra Nazionale svizzera di letteratura

La difesa: guardiani del canone

Tra i pali non ci può essere che lui, Carl Spitteler, il nostro Yann Sommer a cavallo tra Ottocento e Novecento: numero uno, come il premio Nobel per la Letteratura che per primo ha tinto dei colori rossocrociati.

Davanti a lui la difesa a tre è un mix di geometria e avventura. Al centro svetta Max Frisch, classico “libero” dai piedi buoni, architetto della parola. Dirige la linea con il rigore di un compasso, imposta da dietro e comunica alla perfezione con il centrocampo di Friedrich Dürrenmatt. Ai suoi lati, due stopper d’altri tempi. A destra Blaise Cendrars, il terzino ruvido e giramondo: ha perso il braccio destro nella Grande Guerra, ma compensa con il fisico e una forza espressiva che incute timore nelle punte avversarie. Tutti sanno che ha ucciso. A sinistra fa eco Charles Ferdinand Ramuz, il difensore della tradizione romanda, solido come un ceppo di vite del Lemano, respinge i palloni alti con la forza epica e contadina della sua prosa. Da lì non si passa.

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Carl Spitteler

Nobel e memoria: Carl Spitteler, a 100 anni dal premio

Diderot 06.12.2019, 17:05

  • Keystone

Il centrocampo: motore ticinese e diga di pensiero

Sulle fasce, la Nati sprigiona tutta la forza e l’identità della Svizzera italiana. A destra corre Plinio Martini, “tornante” del popolo, tutto polmoni e sacrificio. Fa instancabilmente su e giù lungo la fascia, coprendo in difesa e inserendosi fino a fondo campo per mettere nel sacco la difesa avversaria. Sull’out di sinistra, il contrappeso: l’eleganza assoluta di Giorgio Orelli. Non ha bisogno della velocità, il suo controllo si basa sulla sensibilità con la quale pennella cross millimetrici e passaggi lirici per le punte.

In mezzo al campo, la diga centrale è una delle più intelligenti della storia del calcio e della letteratura. Jean-Jacques Rousseau, svizzero ante litteram (concedetecelo), è il regista illuminante e illuminista. Rivendica libertà di pensiero e di manovra con guizzi filosofici di spessore, a volte, va detto, con il rischio di rendere la manovra cervellotica e paranoica. A coprirgli le spalle però c’è il gigante Friedrich Dürrenmatt, mediano di peso e cinismo. Imponente, sornione, smonta i contropiedi avversari con un’ironia spietata e ne anticipa le mosse. Nessuna squadra è per lui un giallo irrisolvibile.

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Da Plinio Martini al Nobel svizzero 

Tracce 06.10.2025, 14:05

  • Archivio eredi Plinio Martini
  • Enrica Alberti e Loriana Sertoni

La trequarti: armonia e caos

Dietro l’unica punta, una coppia di trequartisti che è un trattato di storia della letteratura. Da una parte Hermann Hesse, tedesco naturalizzato svizzero, Premio Nobel e fantasista spirituale: gioca a testa alta, accarezza il pallone sul centro-destra e cerca la giocata armonica, dipinge il filtrante perfetto come fosse un’illuminazione mistica. Un numero 10 d’altri tempi sbocciato all’ombra di Collina d’Oro.

Accanto a lui, la scheggia impazzita: Robert Walser. Se Hesse cerca l’armonia, Walser cerca il vuoto. È l’anarchia tattica fatta scrittore, la sregolatezza necessaria a far crollare ogni schema. Corre a perdifiato senza una meta apparente, salta gli avversari con delicata indifferenza. Il campo per lui è un foglio bianco su cui tracciare traiettorie incomprensibili. A tenerlo a bada solo la stima verso il suo compagno di reparto, con cui condivide quella tensione tra il mondo interiore e quello esteriore. In campo la loro intesa tra ordine e disordine fa impazzire le retroguardie avversarie.

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Alla ricerca della felicità con Hermann Hesse

Alphaville 13.02.2025, 11:30

  • Ti-Press
  • Natascha Fioretti

L’attacco: una sentenza

Davanti a tutti, sola contro la difesa avversaria, c’è lei: Ágota Kristóf. Ungherese di nascita, naturalizzata svizzera, la maglia numero 9 sulle spalle e lo sguardo glaciale. Kristóf non fa melina, non si perde in fronzoli poetici, non concede nulla allo spettacolo; è essenziale. Riceve il pallone dalla trequarti, punta la porta e usa la penna per tagliare in due la difesa. Fa reparto da sola, la difesa avversaria non sa mai se sta marcando lei o uno dei suoi gemelli. Davanti al portiere è spietata, fredda, letale; una sentenza: un tiro, un gol.

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La Svizzera amara di Agota Kristof

Geronimo 21.02.2014, 01:00

Riserve di lusso

Resta fuori dalla lista dei titolari una rosa di sostituti che farebbe invidia a mezza Europa. Hugo Ball, tedesco di nascita ma (concedeteci anche questo) svizzero d’adozione, fondatore del Dada a Zurigo e sepolto in Ticino, rimane a guardare dalla panchina. Potrebbe essere troppo anarchico persino per entrare a gara in corso. Johanna Spyri avrebbe portato popolarità all’attacco, ma la sua prosa è forse troppo bucolica per il calcio moderno. E Nicolas Bouvier, eterno viaggiatore sulla fascia, è arrivato in ritardo al raduno. Era già altrove, come sempre.

Ma questa nazionale, titolari e riserve, non ha nulla da invidiare a nessuno.

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