Letteratura

Carlo Lucarelli: sotto il completo (nero), un’epoca (noir)

Per il successo dello scrittore italiano, più del libro fece la televisione. Ma la sua opera va vista per intero, come quella di un narratore capace di anticipare la tendenza transmediale e trovare una via etica al true crime

  • Un'ora fa
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Ospite: Carlo Lucarelli

Lo Specchio 24.05.2026, 19:20

Di: Michele R. Serra 

Il giallo vende tantissimo, sempre. Ma non è solo una questione economica. Per dire: se si guarda solo alla letteratura italiana, dalla seconda metà del Novecento si possono individuare giallisti che rappresentano perfettamente le diverse epoche, il mutare dei tempi. Carlo Lucarelli è uno di loro, la sua epoca letteraria, quella dei Novanta. Ma il grosso della sua fama è arrivato, con tutta probabilità, insieme al ventunesimo secolo.
Beninteso, mica per sminuire le saghe legate ai vari commissari e ispettori (De Luca, Coliandro, Negro), che hanno costruito le fondamenta della carriera letteraria di Lucarelli, ma lui per primo appare ben conscio di aver incontrato il successo popolare con la televisione, più che con quei personaggi; e scherza sulla differenza tra lui e altri suoi colleghi scrittori altrettanto venduti nelle librerie: le persone, per strada, a lui lo riconoscono, gli parlano. Dunque, credo sia il caso di partire da questo: Carlo Lucarelli è più di uno scrittore, è un frammento di un’epoca. Un’epoca di passaggio.  

Il Commissario De Luca

Carlo Lucarelli, Via delle oche (particolare di copertina)
  • Carta bianca (1./2)

    Domenica in scena 18.01.2026, 17:35

  • Carta bianca (2./2)

    Domenica in scena 25.01.2026, 17:35

  • Estate torbida (1./2)

    Domenica in scena 01.02.2026, 17:35

  • Estate torbida(2./2)

    Domenica in scena 08.02.2026, 17:35

  • Via delle Oche (1./2)

    Domenica in scena 15.02.2026, 17:35

  • Via delle Oche (2./2)

    Domenica in scena 22.02.2026, 17:35

Lucarelli rappresenta tutto quello che c’è stato – e che è cambiato – nell’ultimo quarto di secolo della cultura e delle storie. La sua fama televisiva è stata uno degli ultimi esempi di successo creato nello stesso modo in cui si creava il successo nel Novecento: il suo Blu notte sulla Rai rastrellava fin quasi a un quinto del pubblico televisivo della seconda serata italiana, collocazione perfetta per quelle storie vere di delitti efferati e fatti di sangue, raccontate da uno scrittore con tutti gli strumenti del noir. A riguardare le immagini delle prime puntate di quella trasmissione – in giro per la rete si trovano ancora – la sensazione è quella di osservare gli ultimi anni Novanta cristallizzati in un frammento di ambra: l’immagine in bassa definizione, la stampante ad aghi (o è un fax, addirittura?) sullo sfondo, il pc con monitor a tubo catodico.  

Oggi sappiamo che gli anni intorno al Duemila sono stati davvero uno spartiacque, non solo per una questione di date: Blu notte rappresenta perfettamente quel momento di passaggio. Da una parte, infatti, era un tipo di televisione che guardava al passato, perché non faceva mistero di essere molto scritta – oggi invece si cercano molto più spesso effetti di naturalezza, forse per inseguire l’autenticità costruita dei social – dall’altra anticipava alcuni temi che sarebbero diventati centrali nel discorso mediatico solo decenni dopo, come il femminicidio.

Nonostante quello che si potrebbe pensare, Blu notte rimaneva invece molto diverso dal modo di raccontare la cronaca nera che sarebbe poi diventato mainstream nella tv italiana nei primi anni Duemila (più o meno dal delitto di Cogne in poi), cioè quello del cosiddetto caso mediatico: delitti e fatti di sangue sono stati trasformati in narrazioni seriali in divenire, con pagine televisive costruite intorno a colpi di scena e cliffhanger. Lucarelli si teneva lontano dalla cronaca del momento, e aveva un approccio, ha detto qualcuno, più etico, che comprendeva ad esempio una particolare attenzione alla storia delle vittime – mentre oggi spesso l’empatia di chi racconta sembra rivolta ai carnefici. A volte l’attenzione verso gli aspetti sociali delle vicende narrate diventava evidente, tanto che non stupisce la svolta avvenuta dopo la terza stagione, quando Lucarelli aveva cominciato a raccontare misteri dalla portata storica assai più rilevante, dagli attentati neofascisti degli Anni di Piombo a mafia e Brigate Rosse.

Ma Lucarelli ha guardato al futuro anche perché ha trasformato sé stesso e il suo modo di raccontare in un prodotto transmediale, cioè il sacro Graal della comunicazione moderna: ha portato il suo brand personale nei libri con e senza disegni (ha sceneggiato almeno una dozzina di storie a fumetti); in televisione e in radio; e poi nell’audio on demand, anticipando la tendenza dei podcast true crime che oggi si sono moltiplicati tanto da provocare anche qualche reazione di rifiuto del genere.

«Forse in principio era il racconto, o forse l’ossessione umana per le storie è arrivata solo dopo», scrive Maura Gancitano all’inizio del suo recentissimo Animali narrativi, in cui racconta proprio come, nonostante l’epoca di saturazione narrativa in cui viviamo, continuiamo ad avere un’insaziabile fame di storie. Queste ultime possono pure essere senza tempo, se ridotte alle strutture fondamentali; ma è il modo in cui le raccontiamo a dire chi siamo e dove/quando ci troviamo. Carlo Lucarelli è, in fondo, la dimostrazione perfetta di questa regola.

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Fuga

Cliché 12.10.2022, 21:50

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