Censura e democrazia

Colbert chiude ma la satira non è morta. È kafkiana

La chiusura del “Late Show with Stephen Colbert” è più della fine di uno spettacolo televisivo, è l’ennesimo sintomo di una malattia diffusa e insidiosa

  • Oggi, 08:00
Ultimo episodio Late Show Colbert
  • IMAGO / MediaPunch
Di: Alessio von Flüe 

C’è un uomo chiuso in una piccola gabbia. È pallido, magro, le costole esageratamente sporgenti. Sta digiunando. Deve farlo per quaranta giorni, non uno di più. «Altrimenti il pubblico perde interesse,» dice il suo impresario.

Negli anni l’interesse del pubblico scende comunque. Il digiunatore diventa un’attrazione minore per un circo. Un custode che deve pulire la sua gabbia lo seppellirà sotto la paglia. Tutti dimenticheranno la sua presenza.

È passato più di un secolo da quando Franz Kafka ha scritto Un digiunatore (1922). Il breve racconto continua a far sentire la sua voce.

Guardando l’episodio di chiusura del Late Show with Stephen Colbert, in onda il 21 maggio, mi sono chiesto chi fosse il digiunatore in questa vicenda. La risposta più scontata è che fosse proprio il presentatore, che ha condotto il programma negli ultimi 11 dei totali 33 anni di messa in onda, succedendo a David Letterman. La gabbia era quella dorata degli studi della CBS, il digiuno era la satira che lascia il pubblico indifferente.

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Radiogiornale delle 12.30 del 22.05.2026: Il servizio di Andrea Vosti su Stephen Colbert

RSI Info 22.05.2026, 12:30

La motivazione alla chiusura del programma, annunciata dall’emittente radiotelevisiva la scorsa estate, confermava questa interpretazione: le ragioni erano economiche e di calo di ascolti. Il pubblico si era stufato, il custode lanciava il fieno.

La spiegazione è però stata accolta con scetticismo. I critici hanno visto sospetta la mossa di CBS, arrivata a pochi giorni dall’accordo da 16 milioni di dollari raggiunto dalla proprietaria della rete, la Paramount Global, e Donald Trump, che aveva intentato causa legale a seguito delle polemiche sul montaggio di un’intervista alla sua ex rivale presidenziale Kamala Harris. La vicenda si intrecciava al tentativo della stessa Paramount di ottenere l’approvazione per la fusione con Skydance Media. L’ipotesi è che il programma di Stephen Colbert – da anni una delle voci più critiche sul presidente statunitense – sia stato offerto come agnello sacrificale per la buona riuscita dell’accordo. CBS ha sempre negato.

Può darsi che l’emittente dica il vero, che la scelta sia imputabile esclusivamente all’attuale crisi internazionale dei media tradizionali. Dopotutto la televisione potrebbe essere il vero digiunatore. Però le grida di aiuto, gli allarmi di censura, non arrivano solo dal mondo televisivo.

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  • Cristina Artoni

Lo scorso ottobre un rapporto di PEN America, organizzazione che difende la libertà di espressione nel mondo letterario, ha definito «nuova normalità» la censura delle opere nelle scuole, con quasi 7’000 libri banditi nel solo anno scolastico 2024-2025. Secondo l’organizzazione, il governo federale statunitense è diventato un motore di repressione culturale.

Hannah Natanson, giornalista del Washington Post e vincitrice del Pulitzer 2026 per il Public Service, grazie a degli articoli sulla caotica riorganizzazione delle agenzie federali da parte dell’amministrazione Trump, è stata minacciata e trascinata in tribunale dall’FBI dopo che degli agenti avevano perquisito casa sua e sequestrato pc, telefono, cellulare e uno smartwatch. Il Washington Post e altri organi di stampa hanno da subito condannato l’episodio.

Sono solo alcuni esempi. La sensazione però è che la cancellazione del Late Show with Stephen Colbert sia solo un sintomo di una malattia più diffusa e insidiosa. Durante l’ultimo episodio dello show, la frase che mi ha colpito di più è uscita dalla bocca di Bruce Springsteen: «Sono qui per sostenere Stephen, il primo in America che ha perso il suo show perché abbiamo un presidente che non sa stare allo scherzo». Quel “il primo” implica che ce ne saranno altri. Per la prima volta ho pensato che il digiunatore potesse non essere Colbert, né la satira, e nemmeno la televisione. Ho temuto che il digiunatore fosse la democrazia.

Nel racconto di Kafka, a prendere il posto del digiunatore nella gabbia è una giovane pantera. Il pubblico è sollevato. Non si deve più confrontare con gli effetti della fame, può ammirare la bellezza di quella creatura fintamente libera. Anche se ancora non so chi sia il digiunatore, so che il pubblico siamo noi. E dobbiamo decidere dove concentrare la nostra attenzione.

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