Tutti sanno che all’inizio del Novecento Monte Verità fu il luogo in cui anarchici e riformatori provarono a reinventare la vita quotidiana – soprattutto le relazioni e l’amore, intesi come pratica concreta di libertà. Gli Eventi Letterari Monte Verità tornano su quel terreno con il tema di quest’anno, Dance Me to the End of Love, titolo di una canzone di Leonard Cohen.
Cohen che, d’altra parte, quel mondo lo aveva abitato in un’altra chiave: negli anni Sessanta viveva a Hydra, una comunità bohémien di artisti e scrittori che cercava un modo diverso e più libero di stare al mondo.
Levy, ospite (sabato 28 alle 18:30) di questa edizione del festival ed estimatrice di Cohen, arriva molto dopo, e non racconta comunità. Ma il terreno è lo stesso: non l’utopia condivisa, bensì la sua versione più privata, quella ricerca di libertà che bisogna negoziare ogni giorno, da soli, dentro le relazioni, nei corpi, nelle scelte che non si smettono mai di mettere in discussione.
“Il costo della vita” di Deborah Levy
Mirador 07.09.2024, 14:40
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Deborah Levy, un successo enorme arrivato tardi
Prima di essere riconosciuta come una delle voci più originali della narrativa britannica, Deborah Levy ha scritto per anni senza raggiungere il grande pubblico – testi teatrali per la Royal Shakespeare Company e romanzi sperimentali – fino alla mezza età, quando nel 2012 A nuoto verso casa, pubblicato da un piccolo editore indipendente, entra nella shortlist del Booker Prize; nel 2016 arriva Come l’acqua che spezza la polvere, ancora finalista. Ma la sua storia inizia molto prima e più lontano: un’infanzia a Johannesburg, un padre membro dell’ANC incarcerato per la lotta anti-apartheid, poi l’emigrazione a Londra a soli 9 anni.
Quel senso di spostamento non l’ha mai abbandonata, e si vede. I suoi personaggi non arrivano mai da nessuna parte – quello che cercano non è una destinazione ma una forma per la propria vita, per il proprio desiderio, per le proprie relazioni. Matrimonio e separazione, rapporti madre-figlia, autonomia: non come temi sentimentali – Levy non ha molta pazienza per il sentimentalismo – ma come domande di potere. Chi decide, chi cede, chi ha spazio per esistere. È una domanda che attraversa tutta la sua opera, dai romanzi alla trilogia autobiografica, e che si iscrive in una linea che passa per de Beauvoir, Duras, Woolf: la libertà, l’identità instabile, la necessità di una stanza propria.
Autobiografia in movimento, grande letteratura postmoderna
La trilogia autobiografica è probabilmente il lavoro più importante di Levy, quello che meglio sintetizza la sua ricerca come scrittrice, una living autobiography, “autobiografia in movimento”, come la descrive lei stessa. Una vita raccontata mentre sta accadendo, nel mezzo del disordine, quando non c’è ancora un punto. Nei tre volumi – Cose che non voglio sapere, Il costo della vita e Bene immobile – Levy scrive da dentro la tempesta: la fine del matrimonio, la ricostruzione di uno spazio dove stare, una donna che deve reinventare relazioni, identità e desiderio senza sapere ancora come andrà a finire. Quello che dimostra è che la ricerca non finisce a cinquant’anni. È la stessa che attraversa tutta la sua opera: la costruzione di una protagonista femminile che esiste per sé, e non in funzione degli altri, che nei suoi libri continua a sfuggire, a spostarsi, a non fissarsi mai del tutto.
È un’idea che ha conseguenze anche su come Levy costruisce i suoi romanzi. Non ama le narratrici stabili, le storie che si chiudono bene, i personaggi che sanno già chi sono. La sua scrittura è postmoderna: le prospettive cambiano, le trame non si chiudono, le relazioni restano aperte e incerte. Scrive di chi la narrativa ha sempre messo da parte, il personaggio secondario di una storia che qualcun altro ha scritto al posto suo. Una figura che Levy, per sua stessa ammissione, non aveva trovato nei libri che leggeva – ed è anche da questa mancanza che nasce la sua scrittura.

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