In difesa della brevità

La complessità non si misura in pagine

Perché l’equazione “più pagine = più profondità” è una trappola intellettuale che danneggia la letteratura (e la schiena dei giovani lettori)

  • Un'ora fa
Stewie dei Griffin con un libro
Di: Alessio von Flüe 

Una piccola confessione: ci sono cascato anch’io. È stato più di vent’anni fa, ero alle medie. Giravo con un mattone di oltre mille pagine nello zaino. L’azteco di Gary Jennings. Lo facevo per darmi un tono, per dire al mondo che non scherzavo. «Guardatemi! Leggo le robe lunghe, sono intelligente!» Ero un bambino performativo. La cosa assurda? Funzionava. Per un po’ quel libro mi ha attirato il rispetto degli adulti. E il sospetto di una lombalgia.

Nel frattempo tante cose sono cambiate. Ho sviluppato altri gusti, il mio bisogno di attenzioni si è attenuato, gli ebook mi hanno salvato la schiena. La convinzione che i libri lunghi siano più complessi però sembra godere ancora di ottima salute. 

Il quotidiano il manifesto ha di recente pubblicato un articolo sulle abitudini di lettura. Lo spunto era la newsletter Bookmarks del Guardian, la tesi che le case editrici si stiano adeguando alla diffidenza dei lettori verso le opere letterarie complesse. Due gli studi a supporto: un’analisi di ProWritingAid condotta alla fine del 2025 e uno studio di WordsRated del 2022.

Il primo avrebbe dovuto dimostrare come i capitoli di apertura dei romanzi di maggior successo in lingua inglese si siano accorciati e semplificati negli ultimi settanta anni. “Avrebbe dovuto”, perché in realtà lo studio poggia su grossi problemi metodologici. Il campione di libri analizzati è piccolissimo, cento libri su un periodo di centoventicinque anni. Problema ancora più grosso, le fonti per definire le tendenze sono le valutazioni sul sito Goodreads e i trend di #BookTok. Nessuna delle due può dare informazioni sulle abitudini di lettura del passato. Sono i gusti dei lettori di oggi paragonati ai gusti dei lettori di oggi.  

Il secondo studio risolve parzialmente questi problemi. Il campione scelto è più vasto, l’arco temporale dell’analisi ridotto. Sono 3’444 libri di narrativa e saggistica considerati, su un periodo di dieci anni. La fonte è la classifica settimanale dei besteller del New York Times. Ne risulta che la lunghezza media dei testi più venduti negli Stati Uniti è scesa di oltre cinquanta pagine, passando dalle 437,5 del 2011 alle 386 del 2021. Un dato interessante – per quanto limitato a livello geografico e culturale – che non ci dice però nulla sui contenuti delle opere. La deduzione che dimostrino un’erosione della ricerca di complessità è soggettiva.

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Libri “da deficit d’attenzione”: la lettura si adatta ai tempi moderni?

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Ma fingiamo per un attimo di dimenticare i problemi dei due studi. Crediamogli. I libri stanno diventando più corti, la lingua usata più semplice. Questo significa automaticamente che le opere siano meno complesse? Se l’aveste chiesto al ragazzino che portava L’azteco nello zaino vi avrebbe risposto di sì, massaggiandosi la zona lombare. Io non sono d’accordo con lui. Tutto dipende da cosa intendiamo con “complessità”.

È una qualità direttamente proporzionale al numero di pagine? Allora La Nausea di Sartre (279 pagine) dovrebbe essere molto più semplice di Harry Potter e i doni della morte (672 pagine), L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon (160 pagine) impallidire di fronte alla complessità di Fabbricante di lacrime di Erin Doom (672 pagine). Per non parlare della poesia, esclusa dai giochi prima ancora di poter partecipare. Quindi forse si tratta di un attributo che lega la brevità alla resa stilistica? Ci giocheremmo Ernest Hemingway, Raymond Carver, Ann Beattie, Han Kang, Amy Hempel, Dora Davis, Agota Kristof – la lista può continuare davvero a lungo.

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Il personaggio di Hemingway (1./10)

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  • Paola de Angelis

Che poi i lettori contemporanei cerchino di evitare la complessità e gli editori provino a soddisfare questa richiesta è un’ipotesi di analisi valida, ci mancherebbe. Senza il supporto di dati solidi però rischia di perdersi in quel nostalgismo che spesso permea il discorso pubblico sui libri. Oltre a rafforzare una forma di elitarismo letterario per il quale non ci sono solo i libri giusti, ma addirittura quelli scritti nel modo giusto e con il numero di pagine giusto.

Una visione un po’ pericolosa. Per la letteratura, ma soprattutto per la schiena dei giovani lettori performativi.

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