Anno 2100: un mondo spento ormai, di persone connesse. Un ragno, una tarantola nera che tesse fili di strane frequenze intorno a quelle umane coscienze, creando delle galere di Hertz sui meridiani da nord a sud e sulle parallele da ovest a est.
Rancore
Così Rancore immagina il futuro in Arakno 2100, canzone contenuta nell’album Xenoverso (2022). Il rapper romano pesca dall’immaginario della fantascienza sociale e del cyberpunk per dipingere il ritratto di una società umana sottomessa alle macchine, che abita una realtà fatta di piogge acide e aria irrespirabile. A salvarla, forse, una creatura quasi messianica – Arakno, androide ribelle. La sua è una missione neoluddista: distruggere la dittatura digitale del Grande Telaio che imprigiona l’umanità.
Gli artisti cristallizzano timori del presente in incubi del futuro. Dalla sua nascita, Internet ha influenzato in questo senso la produzione dell’ultimo cinquantennio. Su alcune opere più che su altre il tempo ha però posato una patina profetica; è così per La Macchina si ferma di Edward Morgan Forster.
Nel suo racconto, pubblicato nel 1909 sulla Oxford and Cambridge Review, l’autore immagina un imprecisato futuro in cui l’umanità vive isolata nel sottosuolo, confinata in piccole stanze spoglie. È la Macchina a farsi carico di ogni necessità, permettendo agli individui di comunicare attraverso schermi e ricevere tutto ciò di cui hanno bisogno per le loro esigenze. Oltre allo schermo, su un tavolino della stanza è presente il Libro, un manuale di funzionamento della Macchina. Nessuno esce all’aria aperta, considerata tossica – i rari spostamenti che compiono sono per mezzo di aeroscafi volanti e chiusi.
La storia del web
Passaggi 15.06.2026, 15:05
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Conosciamo Vashti, che gode con serenità delle comodità che la Macchina concede, fino al giorno in cui una confessione del figlio mette a rischio la stabilità della donna e della società. Kuno è stato all’esterno. Senza protezioni. Senza respiratore.
Nella narrazione di Forster non c’è un nemico che tiene in prigionia l’umanità; gli individui si isolano per comodità e abitudine. Un agio che ne ha modificato comportamento e percezione. Il contatto con i simili è insopportabile, osservare la natura lascia indifferenti, il silenzio – dato dall’assenza del continuo ronzio della Macchina – incute terrore.
Ogni interazione fisica con il reale è stata delegata alla Macchina, di conseguenza si è atrofizzata nell’uomo. Il tutto per un bene superiore di cui si è incerti: l’aria che la popolazione crede irrespirabile è stata la spinta per la creazione della Macchina, oppure è la creazione della Macchina a far percepire l’aria esterna irrespirabile? Il rapporto di causalità è sovvertito. Nessuno se ne preoccupa però, l’essere umano ha ormai fede solo nella macchina, ne venera il Libro, la rende divina:
«La Macchina» esultarono a una sola voce «ci nutre e ci veste e ci ospita; per essa possiamo parlare fra noi, per essa possiamo vederci l’un l’altro, in essa risiede il nostro esistere. La Macchina è l’amica delle idee e la nemica della superstizione: onnipotente è la Macchina, eterna; sia benedetta la Macchina.»
E. M. Forster
Nella società che osserviamo, la realtà è digerita dalla tecnologia per essere appetibile, la Macchina diventa una sovrastruttura perfetta e superiore al mondo fisico. Il riferimento al mito della caverna di Platone è implicito, la Macchina crea il gioco d’ombre che gli abitanti del sottosuolo percepiscono come unica verità. Un concetto rimasto invariato nei quasi cento anni che separano Forster da Rancore:
All’inizio del ventiduesimo secolo il Grande Telaio era re, su un mondo virtuale edificato su un mondo che in fondo era artificiale. Già come tale, era una sovrastruttura di un mondo mentale, e in quanto mentale sovrastruttura del mondo reale – già ne bastavano tre.
Rancore
Mettendo in opera questa relazione sovrastrutturale, Forster preconizza l’inversione del rapporto tra i bisogni e la loro soddisfazione. Il progresso genera bisogni che solo il progresso stesso può soddisfare, e in questo modo si autoalimenta:
Dovettero piuttosto assoggettarsi a una qualche irresistibile esigenza che nessuno sapeva donde avesse avuto origine e che, quando fu soddisfatta, venne rimpiazzata da un’esigenza nuova ma altrettanto irresistibile. È opportuno ascrivere a uno stato siffatto di cose il nome di progresso. Nessuno osò ammettere che la Macchina potesse essere fuori controllo. Anno dopo anno, essa veniva servita in maniera sempre più efficiente e sempre meno intelligente. Più un uomo conosceva alla perfezione i compiti che doveva assolvere per favorirne il funzionamento, meno comprendeva i compiti del suo vicino, e al mondo non c’era nessuno in grado di comprendere il mostro nell’interezza della sua struttura.
E. M. Forster
Siete riusciti a leggere l’estratto senza pensare a temi caldi dell’attualità? Bisogni indotti, massimalizzazione della produttività, iperspecializzazione – e ancora: telelavoro, social network, intelligenza artificiale; leggere delle anticipazioni dei dibattiti legati a questi temi in un racconto di inizio Novecento non lascia indifferenti.
Come restare al passo con l’IA
La consulenza 17.06.2026, 13:00
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In La Macchina si ferma la ribellione non è praticabile. Il rapporto di dipendenza ha superato il limite della reversibilità. L’intuizione di Forster è più semplice e terribile, già esplicitata nel titolo del racconto. La Macchina è per sua stessa natura destinata a fermarsi, il progresso ad arrestarsi, il collasso del sistema è solo una questione di tempo. Le conseguenze sono però orribili.
L’appello implicito dell’autore è alla cautela, a ponderare il nostro rapporto con la tecnologia ricordando che non è mai neutrale. Le abilità che le affidiamo rischiano di atrofizzarsi, porsi con spirito acritico è pericoloso. Perché, prima o poi, la macchina si ferma.


