Il 1936 segna una svolta per John Steinbeck. Sull’onda di Pian della Tortilla, lo scrittore accetta l’incarico del San Francisco News e si immerge in una serie di reportage che diventeranno il nucleo incandescento di Furore. Raccolti poi in I Nomadi (proposti di recente da Il Saggiatore), questi testi restituiscono la materia viva della grande migrazione degli anni Trenta: un’America sradicata dalla siccità, dal collasso agricolo delle pianure centrali, da un sistema produttivo che si incrina fino a espellere i suoi stessi protagonisti. Ma la loro forza non si esaurisce nella testimonianza: interroga il presente con una lucidità inquietante.
Steinbeck va sul campo, abita la realtà che racconta. I vagabondi sono contadini espulsi dalla terra, uomini e donne che fino a poco prima avevano una fragile autonomia e che ora scivolano nella fame. La sua scrittura è un’indagine delle dinamiche che trasformano comunità intere in massa, in un corpo collettivo che non può più essere ignorato. In questo passaggio dalla singolarità alla moltitudine si accende il cuore politico dei reportage, come evidenziato dall’approfondimento di Alphaville (a cura di Francesca Rodesino e Cristina Artoni).
I nomadi di John Steinbeck
Alphaville 04.06.2026, 12:05
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La Dust Bowl (letteralmente “Conca di Polvere”, disastro ecologico e agricolo che colpì le Grandi Pianure degli Stati Uniti e del Canada tra il 1931 e il 1939) è la scena di una catastrofe al tempo stesso naturale e costruita. Le tempeste di sabbia, la devastazione del suolo, la pressione della crisi del ’29 spingono verso uno sfruttamento sempre più aggressivo della terra. Il terreno si svuota, si polverizza. La migrazione diventa forzata, inevitabile. Il paesaggio umano e quello ambientale collassano insieme. E il confronto con il presente, dove l’agricoltura intensiva e la crisi climatica erodono equilibri già precari, rende quella storia tutt’altro che remota.
I Nomadi nasce dentro il clima del New Deal, quando l’intervento pubblico sostiene anche uno sforzo culturale e documentario senza precedenti. Giornalisti e artisti contribuiscono a rendere visibile quel terzo di popolazione piegato dalla Depressione. Il lavoro di Steinbeck (affiancato nel libro dalle immagini documentarie di Dorothea Lange), costruisce un archivio morale prima ancora che storico: cifre, volti, storie si fondono in una narrazione che chiama in causa responsabilità collettive.
Resta però una zona d’ombra, che oggi si legge con maggiore nitidezza. Steinbeck idealizza i migranti bianchi delle pianure, li investe dell’eredità simbolica del piccolo proprietario, li elegge a figura esemplare dell’identità americana. In questo gesto, tuttavia, si consuma una rimozione: la lunga presenza e il ruolo decisivo della manodopera non bianca restano ai margini, oppure sono percepiti come minaccia, come concorrenza. È un razzismo implicito, inscritto nel contesto, che non annulla la potenza del libro ma ne rivela le tensioni irrisolte. E proprio per questo dialoga, anche scomodamente, con i pregiudizi che riemergono nel discorso pubblico contemporaneo.
Sul piano formale, I Nomadi è un’officina. Qui Steinbeck sperimenta l’alternanza tra sguardo individuale e visione corale, intreccia dato e racconto, cronaca e costruzione simbolica. Affina un metodo che troverà piena espressione in Furore: una scrittura capace di farsi insieme testimonianza e epica dei sommersi, analisi e partecipazione, precisione e pathos.
Rileggerlo oggi significa attraversare una soglia. Le migrazioni forzate, la fragilità dei sistemi produttivi, la violenza dello sfruttamento, le fratture sociali e razziali non sono residui del passato: sono linee di continuità. Steinbeck ci consegna un’idea esigente di letteratura e di giornalismo: dare forma all’invisibile, restituire dignità a chi è cancellato, chiamare in causa il lettore. È lì che la pagina smette di essere documento e diventa urgenza.




