Essi camminano tra di noi. Per 60 anni, il governo degli Stati Uniti ha custodito un segreto sotto stretto controllo. Gli alieni hanno camminato tra noi, vivono nei nostri quartieri e interagiscono con noi nella vita quotidiana. Hanno fatto la spesa negli stessi negozi, frequentato le stesse classi dei nostri figli e vissuto esistenze apparentemente normali da esseri umani. Con una sola eccezione — non appartengono a questo posto.
A un primo sguardo sembrerebbe l’incipit di un classico racconto fantascientifico piuttosto stereotipato, invece è il testo di benvenuto del nuovo sito aliens.gov, lanciato dalla Casa Bianca lo scorso 28 maggio. La grafica è quella nostalgica dei monitor a fosforo verde, riferimento esplicito a X-Files. Il contenuto gioca con il doppiosenso della parola alien. Nel sito niente documenti desecretati sull’esistenza degli extraterrestri, ma dati sull’immigrazione negli Stati Uniti.

Quando la satira è superata dalla realtà
Kappa e Spalla 02.06.2026, 18:15
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Il gioco è chiaro, l’amministrazione Trump ci ha abituati a questa strategia comunicativa: muoversi sul sottile filo che separa la “satira” su internet e la denigrazione di interi gruppi sociali, tra le teorie cospirazioniste e i dati ufficiali, con l’obiettivo di costruire una retorica politica precisa. In questo caso l’esercizio narrativo ha preso in prestito la poetica fantascientifica, e proprio con la poetica fantascientifica può essere analizzato.
Nel 1954 Fredric Brown pubblica il brevissimo racconto Sentinella. Un paio di pagine, tanto basta allo scrittore statunitense per imbastire un sofisticato gioco di specchi. Il protagonista si trova a migliaia di anni-luce da casa. È bagnato fradicio, coperto di fango. Soffre una gravità doppia rispetto a quella del suo pianeta natio. Deve difendere l’avamposto spaziale dal nemico:
questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia… crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Fredric Brown
In poche righe empatizziamo con lui, costretto alla guerra lontano da casa e attanagliato dai dubbi sulla propria sopravvivenza. Ci immedesimiamo, teniamo le sue parti quando il nemico si avvicina strisciando, quando emette il suo agghiacciante verso. Lui spara, riesce ad abbatterlo. Si avvicina al corpo senza vita, lo osserva, e attraverso i suoi occhi possiamo vedere il riflesso nello specchio.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, la pelle d’un bianco nauseante, e senza squame.
Fredric Brown
Il testo di Brown è da manuale di economia narrativa e di come costruire un colpo di scena efficace. Il disvelamento arriva con l’ultima parola, «squame», che ribalta quello che avevamo creduto di sapere lungo tutta la narrazione. Ma il racconto fa di più, ci pone davanti a una verità tanto scontata quanto dimenticata: il mostro è negli occhi di chi guarda. E la sua costruzione passa attraverso il linguaggio, è un atto narrativo. Idee che avranno una forte eco anche fuori dall’ambito letterario.
Trump e la satira al contrario: quando il potere deride
Kappa e Spalla 20.10.2025, 17:35
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Non è un caso che Black Mirror, a più di sessant’anni di distanza, abbia ripreso lo stesso ribaltamento di prospettiva. In Gli uomini e il fuoco alcuni soldati sono incaricati di eliminare i cosiddetti “parassiti”. Si tratta di mutanti in parte umani con sembianze mostruose. Per essere più efficienti, usano delle “maschere”, impianti neurali di realtà aumentata. A seguito della rottura della sua maschera, il protagonista scoprirà una realtà diversa da quella fino a quel momento percepita: il nemico non è un mutante, è un essere umano considerato geneticamente inferiore: persone con disabilità, con un QI più basso della media o una maggiore possibilità di sviluppare malattie. Quello che i soldati stanno compiendo è un genocidio deciso dal governo.
Nella realtà spesso non servono impianti neurali per distorcere la percezione, bastano le parole. Perché il linguaggio costruisce la nostra percezione, la trasforma o la deforma: definisce la minaccia, suggerisce soluzioni, crea il nemico e lo disumanizza. Spesso le consideriamo un abito da cambiare a seconda dell’occasione, qualcosa di ornamentale e interscambiabile. Ma le parole sono la nostra pelle, e dobbiamo averne cura. O rischiamo di svegliarci, un giorno, e scoprire che sono diventate squame.





