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Fiori per Algernon, la fantascienza del pregiudizio

60 anni dopo la prima pubblicazione del romanzo del Premio Hugo Daniel Keyes, quella storia che racconta lo stigma dell’abilismo e la solitudine della genialità è ancora uno specchio universale delle fragilità umane

  • Un'ora fa
Un fotogramma di "Charly", adattamento cinematografico di "Fiori per Algernon" con Cliff Robertson e Claire Blooom

Un fotogramma di "Charly", adattamento cinematografico di "Fiori per Algernon" con Cliff Robertson e Claire Blooom

Di: Alessio von Flüe 

È inutile cercare le storie migliori, sono sempre loro a trovare te. Questo però Daniel Keyes ancora non lo sa. Lui sa solo che vuole scrivere, i suoi genitori lo vorrebbero medico. 

Nel 1945, ancora studente, annota su un taccuino una domanda: «Cosa succederebbe se fosse possibile aumentare l’intelligenza di una persona?» 

Se ne ricorderà solo dodici anni dopo, ormai insegnante di inglese in una scuola elementare. Tra i suoi allievi ci sono ragazzi con disabilità cognitiva, ed è proprio uno di loro a dirgli: «Se mi impegno e divento intelligente entro la fine del trimestre, mi metterete in una classe normale? Voglio essere intelligente.» 

La domanda lo perseguita. Torna a casa, ritrova il vecchio taccuino. La macchina che lo porterà a scrivere la sua opera più importante, Fiori per Algernon, è in moto. Daniel Keyes scrive dapprima un racconto, il protagonista è un uomo di nome Charlie Gordon.

Copertina di Fiori per Algernon di Daniel Keyes

Charlie ha una disabilità cognitiva ma è determinato e caparbio, il suo obiettivo è imparare a leggere e scrivere bene. Vuole diventare intelligente. La sua possibilità per esaudire il desiderio arriva dalla scienza: un nuovo tipo di intervento chirurgico, già testato su un topolino bianco di nome Algernon, che permette di aumentare il quoziente intellettivo. Charlie si offre per testare l’efficacia sugli esseri umani. 

Il racconto si aggiudica il premio Hugo nel 1960. Sei anni dopo Keyes pubblicherà una versione ampliata della storia di Charlie, un romanzo dal titolo Fiori per Algernon.

L’opera tratta di abilismo, ovvero la discriminazione e il pregiudizio sistemico verso le persone con disabilità. Man mano che il quoziente intellettivo di Charlie cresce, aumenta la consapevolezza delle ingiustizie subite. Riaffiorano alla memoria le prese in giro sul lavoro e la violenza tra i banchi di scuola, lo sguardo della gente e le manipolazioni, fino alle sofferenze più intime e profonde, legate alla storia della sua famiglia. Neppure tra i ricercatori e professori troverà comprensione, continuano a descrivere la sua disabilità iniziale come patologica, lo disumanizzano. Il pregiudizio non ha classe sociale né levatura intellettuale, permea tutta la società. 

17:44
Foto d'archivio

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Alphaville 10.04.2026, 11:05

  • © Ti-Press
  • Barbara Camplani

Charlie diventa un genio e scopre che l’intelligenza non dà conforto. Il suo desiderio si scontra con la realtà: lo stigma colpisce le due estremità della curva di Gauss. Se avere una disabilità cognitiva gli attirava uno sguardo intriso di pietismo, la genialità lo porta a essere osservato con timore. A cambiare è la natura dell’emozione, a restare identica la distanza dello sguardo. Con un’aggravante: la consapevolezza dell’isolamento. Charlie prima dell’intervento viveva una solitudine integrata, trattato come un diverso ma accettato nella vita comunitaria. L’inquietudine provocata dalla sua intelligenza porta le persone a isolarlo fisicamente: i suoi colleghi ne chiedono il licenziamento, l’amata si nega per paura di sentirsi inferiore, i professori provano invidia nei suoi confronti. Genialità rima con solitudine.

Ridurre il romanzo a una narrativizzazione di temi legati a intelligenza e disabilità sarebbe però ingeneroso. Il tentativo di Charlie è anche e soprattutto quello di ricongiungersi a un passato doloroso, di comprendere le parti più intime di sé che risiedono nel ricordo dell’infanzia. In questo, l’epopea di Charlie diventa una parabola universale. Tutti affrontiamo il declino delle nostre capacità e la mutazione della nostra identità; tutti siamo persone diverse in momenti diversi della vita. Davanti a queste fragilità, spetta alla società scegliere se lasciarci cadere o aiutarci ad alzarci. E la società siamo noi.

Oltre al valore concettuale, lo stile è protagonista e la lingua diventa meccanismo narrativo. La storia è presentata sotto forma di rapporti scritti da Charlie e che ne indicano il cambiamento linguistico. Da una prosa scarna, frammentata, ricca di errori logici e sintattici, si passa a una narrazione di ampio respiro densa di sfumature psicologiche. Questa specularità formale va oltre la trovata narrativa, è un modo per aggiungere livelli alla psicologia del protagonista e rendere specifica l’umanità di ogni sua transizione. 

Forse in questo si trova il pregio maggiore dell’opera di Keyes, nella volontà di unire tutte le esperienze in una. Per ricordarci come la divisione tra un noi e un loro, tra un topo e un essere umano, tra un genio e una persona con disabilità cognitiva, sia illusoria. Perché Fiori per Algernon è questo dopotutto: l’unione della storia di Daniel, un uomo che voleva solo scrivere, e Charlie, un uomo che voleva solo leggere. In mezzo a loro, la vita.

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