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Olivier Schrauwen, 500 pagine per raccontare un solo giorno

Il cartoonist belga ha impiegato sei anni per ricostruire la giornata ordinaria di un uomo qualunque: il risultato è “Domenica”, un graphic novel complesso, ambizioso e devastante

  • 2 ore fa
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Di: Michele R. Serra 

Fumetti. Un tempo erano sinonimo di avventura e fantastico, oggi di storie di vita quotidiana. Un tempo allungavano lo sguardo verso mete esotiche e universi sconosciuti, oggi passeggiano tra il tinello di casa e il tabaccaio all’angolo. Fumetto realista, a volte dello stesso realismo di quei film che, già più di sessant’anni fa, Alfred Hitchcock definiva «sink-to-sink», da lavello a lavello, per canzonarne l’ambientazione e i personaggi lontani da ogni pretesa di coolness.  

Da trent’anni leggo fumetti del genere, e capisco che la loro fioritura sia anche figlia di una reazione storica. Da una parte all’altra dell’Atlantico, il fumetto è stato a lungo dominato dal racconto di genere: uomini in attillate calzamaglie, pistoleri, astronauti, bambini e animali all’avventura. Ogni tipo di fantasia escapista, insomma.

Facile capire che i cartoonist della generazione arrivata alla maturità dopo gli anni Novanta abbiano sentito il bisogno di uccidere il padre, dedicandosi in massa al fumetto di realtà attraverso biografie, memoir, reportage. Gli statunitensi in particolare, già forti dell’esperienza dell’underground, che teneva in altissima considerazione la personalità dello stile contro la narrazione standardizzata imposta dalle grandi case editrici: Justin Green (Binky Brown meets the Holy Virgin Mary), Robert Crumb o Harvey Pekar (American Splendor) sono nomi inevitabili, mentre in Europa viene spesso citato il francese Edmond Baudoin di Passe le Temps, e chi legge in italiano difficilmente può dimenticare Andrea Pazienza.

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Centinaia di autori hanno scelto di mettere sulla pagina vite comuni – spesso le loro, dando vita a uno dei più ampi movimenti di narrativa ombelicale della storia. C’è da dire che il mezzo aiuta (visto che il fumetto permette un controllo pressoché totale del materiale narrativo), e anche i tempi: è, la nostra, l’epoca dei contenuti generati dagli utenti della rete, dei social, della tv dei reality e dei factual, della letteratura non-fiction, della musica (hip-)pop che racconta la quotidianità urbana, dei documentari mai così diffusi. Abbiamo fame di realtà – o di qualcosa che le assomigli, di qualche surrogato – e vogliamo storie di vita: che si tratti di alto interesse antropologico o di puro voyeurismo, non importa.

Il fumetto, in questa ricerca, è all’avanguardia. Però Olivier Schrauwen è riuscito comunque a farsi notare, nell’affollato panorama del fumetto slice of life, puntando molto più in alto di tutti gli altri: ha raccontato un solo giorno qualsiasi di una vita qualsiasi, ma l’ha fatto ispirandosi direttamente a modelli letterari irraggiungibili, primo tra tutti l’Ulisse di Joyce. Il risultato si intitola Domenica.

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Il progetto è tutto sommato semplice: raccontare una domenica di qualche anno fa nell’esistenza di Thibault Schrauwen, cugino dell’autore. Il risultato, un’opera incredibilmente complessa, che porta avanti un racconto iper-analitico attraverso 500 pagine di flusso di coscienza del protagonista: sopra ogni vignetta, i pensieri di Thibault accompagnano la narrazione, mentre l’occhio si sposta a seguire il mondo che intorno al protagonista vive. Intanto, lui non combina quasi niente, ma questo non significa che non ci sia niente da raccontare: per dire, sei pagine sono dedicate solo a Thibault che compone un unico messaggio, con cui chiedere alla sua ragazza quando tornerà a casa. Sì, c’è l’attesa di un ritorno, a proposito di Ulisse.

Ma c’è anche, più banalmente, la preparazione di una festa di compleanno a sorpresa. E c’è una descrizione perfetta del funzionamento della mente di un uomo del ventunesimo secolo, che cerca di concentrare le sue – invero scarse – energie intellettive verso un obbiettivo, ma viene continuamente distratto dai suoi stessi pensieri, intrusivi e ricorrenti: fantasie erotiche e tragiche, ricordi e rimpianti, euforia e depressione. Pare che Schrauwen ci abbia messo sei anni (anche lavorando insieme al già citato cugino, pur se lui ci tiene a dire che di romanzo, e non di cronaca del reale, si tratta) per (ri)costruire questa domenica. Insomma, impegno e dedizione da parte di un autore che richiede impegno e dedizione a chi legge.

E il lettore di Domenica, in effetti, si sente un po’ orgoglioso… almeno finché non incontra le tavole in cui il protagonista si accinge a leggere un ponderoso tomo filosofico-scientifico, e vive un breve momento di autoesaltazione in cui si congratula con sé stesso perché convinto che quel libro lo terrà lontano dal «decadimento mentale» di cui è vittima l’uomo moderno. Poche vignette dopo, si rende conto che, di quel libro, non è in grado di comprendere neanche la prima frase.

Legato a KAPPA, Rete Due, 16.07.26, 18:00

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