Letteratura

È stato un errore andare “Contro la fantascienza”

Sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera, lo scrittore Mauro Covacich ha dichiarato guerra alla fantascienza. Ha ragione su un punto: nessuno può prevedere il futuro. Ma il suo articolo, senza saperlo, ne avvera un’altra di profezia — quella del proprio pregiudizio

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Fotogramma di "Minority Report", film tratto dall'omonimo racconto di Philip K. Dick

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Di: Alessio von Flüe 

Immagina di essere un pugile. Ti aspetta un incontro importante, il tuo avversario è forte e agguerrito. Lo rispetti e lo temi. Devi allenarti. Arrivare pronto. Niente errori. La sera dell’incontro sali sul ring, la testa bassa. Sei concentrato. Togli l’accappatoio, sfoderi lo sguardo più cattivo di cui sei capace, lo getti sul tuo avversario e… scopri che non si è presentato.

Ecco, così mi sono sentito leggendo Contro la fantascienza, articolo a firma di Mauro Covacich apparso nell’inserto domenicale La Lettura del Corriere della Sera. Mi aspettavo lo scontro tra un buono scrittore e un genere che amo, con la curiosità di vedere le mie certezze vacillare. Mi sono sentito tradito.

Voglio salvare una cosa del pezzo: Covacich ha ragione quando afferma che per gli scrittori di fantascienza sia impossibile predire il futuro. Nessuno può, è vero. Tautologica, certo, ma pur sempre una verità. Fatta questa concessione, l’articolo è esemplificativo di cosa evitare in un testo argomentativo. Perché quando la promessa nel titolo è Contro la fantascienza, ti aspetti che l’autore conosca l’argomento e proponga una riflessione informata, delle problematicità a supporto della sua posizione. Insomma, per andare contro qualcosa, a quella cosa ti ci devi essere avvicinato, giusto? Sbagliato.

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  • Massimo Zenari

Quello tra Covacich e la letteratura fantascientifica è un amore mai sbocciato, interrotto dopo un paio di appuntamenti a cui lo scrittore era andato controvoglia. Quattro le opere citate nel testo — tre lette dopo aver visto i rispettivi adattamenti cinematografici e una perché consigliata da Emmanuel Carrère nel suo ultimo libro Kolchoz. Un campione limitato per delle considerazioni generali, ma che secondo l’autore basta per costruire la tesi principale e ovvia già citata: la fantascienza non prevede il futuro. Chi affermi il contrario resta un mistero mai risolto nell’articolo. Per un attimo ho sperato ci fosse una sterzata tematica — quella sì, interessante — sulle operazioni di marketing, sulle promesse profetiche di chi i libri li deve vendere. No: solo una lunga lista di cose previste ma che non si sono realizzate, e parallelamente cose realizzate e mai trattate dalla fantascienza. Secondo lui, almeno, perché su molti punti si potrebbe obiettare. È ingeneroso parlare di simulacri senza Ballard. O di computer quantistici, ignorando che Asimov ci aveva già giocato mezzo secolo prima. E gli xenotrapianti — davvero Atwood non li aveva immaginati?

Previsioni? No, su questo rimango d’accordo con Covacich. Erano solo preoccupazioni degli scrittori quando hanno scritto le loro opere, ansie di un presente diventato ormai passato. Perché il seme del futuro è sempre piantato nel presente, e chi scrive lo trasforma in narrazione. La stessa Atwood ha sempre affermato di trovare ridicolo il pensiero che la fantascienza, e la speculative fiction più in generale, prevedesse elementi futuri. Le ha fatto eco Ken Liu nella prefazione di Le onde: «Per me, la fantascienza non ha nulla a che vedere con la previsione del futuro perché un compito simile è impossibile».

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Covacich lo sa. Ne sono convinto. Se non a livello conscio, almeno inconsciamente. Perché la struttura dell’articolo è un piccolo gioiello di contraddizione performativa. In un aneddoto, l’autore racconta di un film fantascientifico guardato in un cineforum all’università: durante la proiezione, una sua compagna di corso sbotta e gli sussurra all’orecchio quanto la pellicola sia «un’interpretazione bigotta, complottista, cinica, squallida, e non so che altro ancora, del suicidio assistito». Il passaggio potrebbe aprire la porta a una riflessione sulle maschere indossate dal genere per nascondere opinioni politiche. Quella porta, però, Covacich la chiude subito alle sue spalle. Ritorna alla realtà: «Eravamo nel 1989 e la vera fantascienza stava succedendo sotto i nostri occhi: il muro di Berlino crollato in una notte (…)».

L’immagine è suggestiva e fa ormai parte dell’immaginario collettivo: migliaia di persone che abbattono il muro con picconi e martelli, un’operazione inimmaginabile si tramuta in una realtà destinata a cambiare la scacchiera geopolitica mondiale. Sfugge però quale sia l’aspetto fantascientifico della vicenda. Sotto, silenziosa, batte una tesi sola: la realtà supera l’immaginazione. Spesso vero anche questo, ma valido tanto per la fantascienza quanto per ogni altro testo letterario. La realtà è superiore alla fantasia perché non si deve piegare alla verosimiglianza, avrebbe chiosato Mark Twain con ironia. Siamo più esigenti con la letteratura di quanto non lo siamo con la realtà insomma, anche se quest’ultima è piena di buchi di trama.

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E qui sorge un dubbio. L’articolo forse non vuole essere argomentativo. Non è questa la volontà dell’autore nello scriverlo — doveva essere riflessione leggera e personale su un limite di gusto. E sarebbe andata benissimo. Il problema però è contestuale: si può avere un’opinione non informata in un blog personale, da una testata nazionale ci si aspetta qualcosa di più, soprattutto quando il titolo — che potrebbe non aver scelto Covacich, certo — è Contro la fantascienza; fosse stato Non conosco e non mi piace la fantascienza la storia sarebbe stata diversa, nessuno avrebbe avuto da ridire. L’opinione poco informata era dichiarata dal titolo, ci si sarebbe goduti un buon testo di un bravo scrittore. Non è andata così.

Il testo diventa costruito esclusivamente su un pregiudizio di fondo, modellato su un assunto semplice: la fantascienza non è letteratura. È qualcosa di inferiore, buona al massimo per soddisfare un languorino escapista, niente da prendere sul serio. Per questo Philip K. Dick viene analizzato come fosse un cartomante in fiera; per questo si può partire da una generalizzazione indebita senza dare una definizione del genere o cercare di informarsi in maniera approfondita.

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"Assoluzione" di Jeff VanderMeer, Einaudi (copertina)

“Assoluzione”

Konsigli 29.06.2026, 18:00

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  • Natascha Fioretti

Questo rappresenterebbe una visione miope di cosa sia la cultura, secondo modelli che sembrano superati ma ritornano puntuali nelle sterili discussioni tra alta e bassa letteratura, tra realismo e fantastico, tra prodotto di consumo e opera di valore. Come se fosse tutto etichettabile a priori, senza conoscerlo, secondo un’inesistente scala di valori preconfezionata. Ma quando guardi qualcosa con gli occhi del pregiudizio, la conclusione è scontata. E questa è, ironicamente, la triste e unica profezia dell’articolo.

Voglio però pensare che sia solo una scelta di titolo infelice e l’aver preso sottogamba quanto il tema sia complesso e variegato. Anche perché l’altra ipotesi è piuttosto triste.

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  • Sergio De Laurentiis

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