Perché salvare i piccoli commerci, i negozietti, le librerie? Insomma, se sono fallimentari dal punto di vista economico, non potremmo solo accettare la loro scomparsa? Sono domande che si sentono spesso e questa volta a porle, in maniera provocatoria, è la giornalista, storica delle donne e autrice teatrale Valeria Palumbo durante un episodio di Kappa sulla Rete Due.
Salvare tutto o lasciar andare? Il dilemma tra nostalgia e progresso
Kappa e Spalla 03.07.2026, 18:15
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Rispondere è difficile, il ragionamento appare coerente. Eppure, non riesco a essere d’accordo. In casi del genere, di solito procedo per assurdo.
Ammettiamo che sia vero: in un mercato basato sulla libera concorrenza, a sopravvivere deve essere solo chi riesce ad avere un business efficiente. Il caso contrario, è un tentativo di «musealizzare la vita», di rifugiarsi nella nostalgia. Quindi le librerie, soprattutto quelle piccole, non devono essere salvate, cercare di farlo è una sorta di accanimento terapeutico. Oggi ci sono i servizi online, con cataloghi infiniti e la comodità di ricevere i libri a casa.
Possiamo estendere questa logica?
Le biblioteche, ad esempio: perché mantenerle? Oggi ci sono i cataloghi online, ogni libro viene digitalizzato e reso disponibile nei sistemi bibliotecari. E i musei? Oggi ci sono le visite in realtà virtuale, addio alle scomode e poco igieniche cuffiette con l’audioguida. Certo, si potrebbe ribattere che biblioteche e musei non sono attività commerciali, a differenza delle librerie. E i cinema? In fondo oggi c’è lo streaming.
La verità è che quella di Valeria Palumbo era, come detto, una provocazione. Però c’è chi pensa davvero che a decidere le sorti di luoghi del genere debba essere soltanto il mercato. L’uso del termine “luoghi” non è casuale: è la natura fisica delle librerie a renderle diverse dal commercio online, in questo sta il loro valore.
Salone pieno, librerie vuote
Alphaville 21.05.2026, 12:05
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Ho sempre vissuto le librerie, fin da bambino. Ci andavo con mio padre e mi piaceva da impazzire. Un po’ per l’odore dei libri, per quelle luci soffuse e le scale in legno che portavano al soppalco in cui gli scaffali si facevano più disordinati e c’erano, in un angolo basso, loro: i Piccoli Brividi.
Da adolescente vivevo sempre nella stessa città. Ormai conoscevo le libraie, mi avevano visto crescere sia come persona che come lettore, mi chiedevano dei miei genitori quando entravo in negozio facendo suonare la campanella sopra la porta. Erano brave libraie, preveggenti: sapevano prima di me qual era il libro giusto. Grazie a loro ho scoperto il Jack London di Martin Eden, mi sono innamorato di Kundera, ho conosciuto Emil Cioran. Se avete conosciuto delle libraie di questo tipo, sapete di cosa parlo. E quanto siamo stati fortunati.
Ancora oggi vado in libreria. Ho cambiato città, i miei consiglieri hanno altri volti, ma l’abitudine è rimasta la stessa. Entro, a volte per comprare un libro specifico, altre solo per dare un’occhiata, ed esco immancabilmente con qualcosa di inaspettato nel sacchetto.
È normale: le librerie sono catalizzatrici di imprevisti, di amori fulminei e grandi delusioni. Sono luoghi vivi, collettori di persone attorno ai quali gravita un microcosmo di interessi ed eventi: presentazioni di autori, letture pubbliche, caffè letterari, consigli. La loro funzione è sociale prima che economica.
Librerie, festival e piattaforme
Alphaville 20.03.2026, 12:05
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Lo stesso vale per le biblioteche, spesso trattate come strutture nostalgiche segno di tempi ormai lontani. Tranne per il fatto che ancora oggi, a ogni sessione di esami, sono abitate da migliaia di studenti che respirano stress e caffè e paura e divertimento e risate. Può essere una questione meramente economica a segnare la fine di luoghi del genere? Devono sopravvivere solo le realtà che generano utili, indipendentemente dalla loro effettiva utilità?
Oggi c’è il web, è vero, ci sono gli acquisti online. È comodo, è veloce, è prevedibile. Ma se uno invece volesse gli imprevisti? Se non fossimo sempre creature assolutamente certe dei nostri desideri, e magari desiderosi di consiglio? Se per noi i luoghi fossero ancora importanti, necessari gli spazi di condivisione e dialogo? C’è chi all’acquisto vuole ancora abbinare l’incontro, lo scambio, l’imprevisto: il solo fatto che ci sia chi vuole salvare le librerie dimostra quanto questa passione sia presente e viva. Di nicchia? Probabile. In crisi? Sicuramente. Forse nostalgica, di certo emotiva. E proprio per questo umana.




