Cory Doctorow è autore, fra gli altri, di X (o Little Brother, a seconda dell’edizione), uno dei più meravigliosi romanzi fantapolitico-distopici per ragazzi dell’ultimo quarto di secolo. Dalle nostre parti, non credo siano moltissimi gli adolescenti che l’hanno letto, e oggi è uno dei tanti libri che abbiamo perso nel gorgo editoriale contemporaneo. Nel mondo anglosassone, è un testo di culto per chiunque si (pre)occupi del futuro della nostra civiltà tecnologica: nel documentario Citizenfour di Laura Poitras, si vede Edward Snowden con una copia del secondo libro della serie. Giusto per sottolineare che Doctorow è uno che possiede una certa capacità di intuire le traiettorie più inquietanti del presente e del futuro, ecco.

Pochi anni fa, ai tempi della pandemia, Doctorow ha scritto un articolo per la rivista Slate in cui raccontava le enormi file che vedeva ogni giorno davanti alle vetrine dei negozi di armi, nel sobborgo di Los Angeles in cui si era da poco trasferito. Decine di persone in attesa di comprare pistole e fucili, perché convinte che, a causa del Covid, l’ordine sociale sarebbe presto collassato, e quindi tanto valeva essere pronti a una situazione alla Ken il guerriero / The Walking Dead / The Last of Us (scegliete il riferimento più adatto alla vostra generazione).
“Guerra tra bande in un mondo distrutto” è effettivamente uno degli scenari più amati dalla fantascienza distopica e post-apocalittica, che mette insieme due generi narrativi spesso sovrapposti e particolarmente amati nella prima parte del ventunesimo secolo. Doctorow spiegava nell’articolo i motivi per cui aveva deciso di cambiare il suo approccio alla narrativa, andando oltre le semplici descrizioni di un mondo in cui homo homini lupus. Soprattutto, concludeva nel frattempo che la fiction non è solo intrattenimento, ma possiede la capacità di plasmare il comportamento umano: «Le storie inventate, anche quelle che raccontano cose impossibili, ci permettono di sperimentare mentalmente le nostre reazioni a diverse situazioni».
La hit parade del disastro
Kappa e Spalla 24.04.2026, 18:15
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È questo uno dei motivi per cui il genere distopico colpisce in modo particolarmente efficace lettori e spettatori di tutte le età, da almeno un secolo a questa parte (vero, le origini risalgono al genio mai troppo celebrato di Mary Shelley e al suo L’ultimo uomo, ma è con l’avvento dei totalitarismi del Novecento che il genere prende davvero il volo).
Di tutte le età, ma in particolare giovani: si dice che sia perché gli adolescenti già vivono la loro personale, devastante distopia, ogni volta che varcano la soglia di un istituto scolastico, e sono di conseguenza più sensibili a quel tipo di narrazione. E ancora più in particolare, giovani che vivono nell’epoca e nella zona di mondo più incredibilmente comoda della storia umana. Facile capire che, se hai veri problemi di cui occuparti ogni giorno – tipo non morire di fame, o non essere ucciso – difficilmente ti appassionerai a problemi finzionali come quelli raccontati dalle narrazioni distopiche.
Come dice Ted Chiang (che un pochino di fantascienza se ne intende, visto che ha sul caminetto 4 premi Hugo) storie di questo tipo sono indiscutibilmente progressiste, nel senso che presentano un problema che cambia il mondo, e a cui bisogna adattarsi – al contrario delle storie in cui il problema viene risolto, e il mondo torna quello che era prima. Ma allora, viene da chiedersi, possibile che sia questo il motivo per cui negli ultimi anni il genere distopico e quello apocalittico sembrano aver perso attrattiva? Alle viste, in effetti, non c’è nella cultura pop un fenomeno paragonabile ai vari Hunger Games, Divergent o Maze Runner. Non basta un’ottima stagione di Black Mirror per invertire la tendenza.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/film-e-serie/Black-Mirror-7--2770371.html
Le narrazioni intrinsecamente progressiste non possono funzionare, in un mondo in cui tutto sembra regredire: la comunicazione politica procede per contrapposizioni manichee, i testi delle canzoni pop tornano di una semplicità infantile, si favoleggia delle meraviglie del passato. Soprattutto, tornano tutte le sfumature di guerra che avevamo per un breve periodo accantonato: quella fredda, quella nucleare, quella mondiale. Il problema è che perfino il progresso appare regressivo, quando la tecnologia sembra riportare indietro di un secolo la nostra capacità di ragionamento e pensiero.
Il che non significa che le narrazioni distopiche siano alla frutta, ma solo che vivono un momento di appannamento. Speriamo solo che, la prossima volta che torneranno al centro dell’industria culturale, non sia con un’ondata di saggistica, documentari e non fiction.








