La successione - nell’arco di pochi giorni - di tre importanti eventi letterari a livello cantonale, nazionale e italiano (Chiasso Letteraria, Giornate Letterarie di Soletta e Salone del Libro di Torino) ci offre l’occasione di riflettere sullo stato dell’editoria al di qua e al di là del confine. Qui sotto trovate le riflessioni di Vanni Santoni sul mercato del libro italiano, qui i dati sulla lettura in Svizzera e qui un commento di Fabiano Alborghetti sulla situazione nel nostro Paese.
Termina il Salone del Libro e arriva il momento dei bilanci, per l’editoria italiana? In realtà, no. I bilanci, in un settore che si autodichiara in crisi da oltre quindici anni, si fanno in altri momenti. Mai durante i Saloni (o i festival), perché quelli son sempre pieni, e raccontano casomai una storia opposta, o almeno complementare: i lettori ci sono, i lettori avveduti – quelli che riempiono sale enormi per un Krasznahorkai – pure; quello che non si è capito è come far leggere tutti gli altri (e, viene il dubbio, anche a portare in libreria quelli che affollano Saloni e festival letterari).
Perché la crisi, poi, c’è davvero, se i numeri sono quelli prodotti dall’Associazione Italiana Editori a fine 2025 (3 milioni di copie in meno rispetto all’anno precedente, per un calo di 32,6 milioni di euro di fatturato), oppure… No, se è vero che il primo trimestre del 2026 ha visto invece un aumento del venduto del 2.5% (569’000 copie in più per 11,3 milioni di euro) – sebbene, sussurra qualcuno tra gli stand, sia solo perché sono stati resi un po’ di soldi alle biblioteche per i nuovi acquisti…
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Di certo, però, anche se il Salone del Libro è tipicamente il luogo in cui si va per bere e per prendere atto del fatto che i lettori esistono ancora, almeno agli aperitivi e alle cene editoriali, di come sta il settore se ne parla, e quando se ne parla, la parola che ricorre più spesso è “distribuzione”. La colpa è della distribuzione! Un modo facile per liquidare un problema complesso, ma non una frase priva di senso: chi volesse approfondire, può leggere questo esaustivo pezzo di Francesco Quatraro, editore di effequ, piccola casa editrice indipendente con sede a Roma.
Certo è che la distribuzione guadagna con la movimentazione dei libri, a prescindere da quali siano i libri movimentati; questo porta a una vita della singola novità libraria sempre più breve, dato che tutto ciò che non vende subito è già candidato ad andare in rese; ciò conduce a sua volta a una sovrapproduzione di novità atte a sostituire quelle che vengono cacciate dagli scaffali.
Se non altro la situazione ha dato una risposta a un’altra annosa domanda “da Salone”: ma le presentazioni servono? Non solo servono, sono fondamentali, perché se l’autore o l’autrice vuole evitare la morte (ovvero la resa prematura) del proprio libro, non ha altra scelta che cercare di fare più presentazioni possibili nel primo mese (anzitutto), e nei successivi due (dipoi), così che il volume, come si dice in gergo editoriale, “si muova” e mantenga il proprio posticino sullo scaffale.

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Processi oggettivi che però non tengono conto di altri fattori: Giovanni Francesio, direttore editoriale di Neri Pozza (e prima della narrativa italiana di Mondadori), spiega che è troppo facile liquidare la questione così: il problema esiste, e i resi sono davvero la sua chiave, visto che oltre ad alimentare il turnover in libreria occupano anche spazio in magazzino, con conseguenti costi, ma ci sono altri fattori decisivi di cui si parla poco o niente. La diminuzione, ad esempio, dei luoghi di vendita fisici; o, dall’altro lato, il fatto che ci sono libri di catalogo che magari non trovano molto spazio in libreria, dove la fanno da padrona le novità, ma hanno un venduto annuale elevato e regolare, in alcuni casi in crescita: Dostoevskij ad esempio, autore che fa parte di vari cataloghi, vende oggi in lingua italiana il triplo delle copie annue di dieci anni or sono… Nel frattempo però sono tanti i piccoli editori di qualità che chiudono bottega, e l’ecatombe di librerie indipendenti continua (è recente l’annuncio della fine del percorso di Carbonio editore, che aveva portato sugli scaffali bei recuperi “nascosti” e diversa fantascienza e new weird di gran valore).
Insomma, la questione sarà complessa, ma la crisi dell’editoria italiana c’è eccome. Che fare, allora? Quando il problema è, come si suol dire, strutturale – ed è questo il caso – è difficile che le soluzioni vengano dai singoli attori, tanto più se alcuni di essi sono parte del problema (non è un mistero che i grandi gruppi editoriali italiani controllino anche la distribuzione, nonché le principali catene di vendita al dettaglio – e non solo le ben note Feltrinelli, Mondadori e Giunti al Punto: di recente sia le Ubik che le Libraccio sono diventate proprietà del gruppo GeMS).
Dovrebbero arrivare dai legislatori romani, e con ragionamenti di tutt’altro tenore rispetto a quelli che sono abituati a fare, ad esempio cominciando a rendere più solide le basi, investendo nella scuola pubblica e nelle biblioteche scolastiche (giacché i lettori si formano da piccoli, a scuola, non regalando libri a caso agli adulti, come in certe goffe iniziative di promozione della lettura viste negli ultimi anni), cambiando le leggi sui resi (magari guardando al modello francese), cominciando a parlare di un rinnovato sostegno a biblioteche e librerie indipendenti che sia continuo e non una tantum, e magari accettando che, nel contesto che abbiamo oggi di fronte, far sì che Amazon paghi le tasse e non goda ogni volta di condizioni speciali non è più e in nessun caso una posizione radicale.
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