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L’estate dei voli in ritardo e la repubblica degli schermi

Tra vendite di compagnie aeree, caos aeroportuali e attese infinite, la tecnologia ha industrializzato la nostra capacità di evadere dal vuoto. Ma a cosa stiamo davvero prestando attenzione? Un viaggio da Ursula K. Le Guin a Chuck Palahniuk, passando per Olga Tokarczuk

  • Un'ora fa
Cancellazione dei voli all'aeroporto di Colonia nel 2024
  • IMAGO / Panama Pictures
Di: Alessio von Flüe 

Il tizio accanto a me si alza. Fissa uno degli schermi sospesi, sbuffa. Guarda la donna con lui, seduta a un paio di posti di distanza dal mio: «Ritardo indeterminato», le dice.

Penso a Sita Dulip, la protagonista di Su altri piani (2003). Nel libro di Ursula K. Le Guin la incontriamo proprio in un luogo come questo; o forse un non-luogo come questo, prendendo in prestito la teoria di Marc Augé. Uno spazio di transito spersonalizzato, privo di identità, storia o relazioni profonde, in cui le persone interagiscono solo in modo funzionale e anonimo. Anche se, a guardare questo aeroporto, è difficile parlare di “interazioni”.

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Penso a Sita Dulip, che per sopravvivere alla noia dei voli in ritardo ha scoperto un metodo: basta chiudere gli occhi, aiutati dalla noia e dallo sconforto dell’insensata attesa, per viaggiare in dimensioni diverse, su altri piani della realtà. Viaggi interplanari, li definiva.

Guardandomi intorno, scopro che a più di vent’anni di distanza dall’opera di Le Guin siamo diventati tutti Sita Dulip, ne abbiamo perfezionato il metodo. Non ci dobbiamo neppure concentrare: gli altri piani ci vengono proiettati dagli schermi che reggiamo tra le mani e accarezziamo con indici e pollici.

Attraverso di loro viaggiamo lontani dal non-luogo, dimentichiamo che avremmo dovuto essere in volo e invece abbiamo il morale a terra, che il terminal è diventato termine. Se un alieno finisse tra noi da un’altra dimensione, e ci osservasse in questo momento, penserebbe siano loro, gli schermi, la specie dominante. Loro a decidere il nostro movimento, a ricevere le nostre attenzioni e carezze. Non capisci, caro alieno: stiamo solo cercando di evadere dal non-luogo, di sopportare l’attesa.

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Eppure c’è chi vede in modo diverso gli aeroporti. La premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk ne rivendica l’identità autentica in I vagabondi (2019). Un’opera sul viaggio e i suoi mille volti, in cui gli aeroporti sono città-stato con una loro identità e logica, collegati gli uni agli altri e internamente organizzati con precisione. Possiedono cittadini sempre in transito e in questo rendono giustizia alla vita in quanto movimento e non stasi. Hanno la loro musica, la sinfonia dei motori di aerei, suoni in uno spazio privo di ritmo. Un giorno, ipotizza l’autrice, le Repubbliche Aeroportuali avranno addirittura una loro rappresentanza all’ONU. Non vorrei contraddirla, ma guardandomi intorno credo che ai cittadini di suddette repubbliche manchi anche il più basilare orgoglio nazionale.

Il tizio accanto a me si alza di nuovo. Ripete il sacro rituale dello schermo sospeso, scuote la testa: «Vado a prendere da mangiare, vuoi qualcosa?»

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Chuck Palahniuk ambienta in un aeroporto il finale del suo racconto Zombi, contenuto nella raccolta Romance (2016). Nella storia, gli adolescenti rispondono alle costanti pressioni della società lobotomizzandosi con un defibrillatore. Un modo per non scegliere né la vita né la morte, per restare in un limbo in cui niente potrà ferirli. Anche quel limbo, in fondo, è un non-luogo dove rifugiarsi sia dalla pressione dei social network sia da quella delle notizie che mostrano un mondo sempre più in crisi. Trevor è in aeroporto con lo zio quando decide di farlo, di togliersi la capacità di soffrire con un defibrillatore trovato in uno dei bagni. Prima però vuole salutare suo zio.

L’uomo, vedendolo arrivare, lo prende per un braccio. «Se ti farai del male, Trevor, farai del male anche a me» gli dice. Altre persone accorrono, sconosciuti di passaggio in quell’aeroporto pieno di schermi, formano una catena umana. Sugli schermi appaiono appelli dei presentatori del telegiornale, lo stesso dai telefonini delle persone che stanno riprendendo la scena, il mondo intero sembra parlare a Trevor: «se ti farai del male, lo farai anche a me».

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Forse in momenti come questo è umano rivolgere lo sguardo altrove, che sia per evitare il vuoto dei non-luoghi o perché abitarli come cittadini è diventato troppo faticoso e preferiamo il tepore del limbo. Se è così, però, diventa ancora più rilevante cosa stiamo guardando. Non tanto fisicamente, quanto per estensione. Cosa c’è dietro i piani, a cosa stiamo prestando il bene che tutti ci richiedono a gran voce: l’attenzione. Dove volano i nostri pensieri e cosa li tiene inchiodati al suolo, nel vuoto dell’attesa infinita di qualcos’altro, della destinazione finale di un viaggio in cui siamo passeggeri solitari. 

Guardo gli schermi attorno a me. Per un attimo, lo so, mi sono ritrovato in un altro luogo come Sita Dulip. Mi alzo e guardo uno degli schermi sospesi. Il mio volo sta arrivando. Devo andare.

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