Dal 6 al 10 maggio, la ventesima edizione di Chiasso Letteraria – il riferimento torna nel titolo: Venti – ospiterà nomi importanti del pensiero e della letteratura, tra cui Kader Abdolah, Clara Usón, Veronica Raimo e Vittorio Gallese. L’intero programma è disponibile su chiassoletteraria.ch.
RSI Rete Due è media partner del festival, e sarà in diretta da Chiasso sabato 9 alle 14:35 con Alice: Moira Bubola condurrà, dal palco dello Spazio Officina, un dialogo tra Dejan Atanackovic e Giorgio Falco a partire dai loro ultimi Lusitania e Di ora in ora.
Tra gli ospiti di Chiasso Letteraria spicca la presenza (sempre sabato 9 maggio) di Sara Catella, scrittrice luganese che oggi vive a Berna. Catella Ha esordito con Le malorose. Confidenze di una levatrice (Edizioni Casagrande, 2022), e in seguito ha pubblicato l’albo illustrato Histoire un peu gourmande (con Cécile Koepfli, Askip, 2024) e diversi racconti in riviste e antologie.
Il suo ultimo romanzo si intitola Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina?, ed è sempre edito da Casagrande.
Il libro è una raccolta di brevi prose autobiografiche che attraversano l’infanzia e la formazione dell’autrice tra la Svizzera italiana e l’Abruzzo, ricostruendo un mondo familiare fatto di lavoro, migrazione, austerità e rituali quotidiani. Il titolo nasce da un ricordo preciso: il gusto della panna montata mangiata da bambina, un piacere semplice che oggi appare irrecuperabile. Su questa perdita sensoriale si innesta una riflessione più ampia sulla memoria, sul corpo e sul tempo. Il cibo attraversa il testo, come piacere, come bisogno, ma anche come disciplina, come spiega la stessa Sara Catella: L’educazione, ai tempi, passava per forza dal tavolo. Quello che c’era sul piatto ne era parte. Ci gioco molto, nel libro, perché è ovvio che i ricordi passano tantissimo dalla bocca, dai suoni delle cose che si mangiano, dai gusti, dagli odori. Mi è piaciuto ripercorrere il cibo, nonostante non sia stata una bambina così famelica, anzi, è stato uno dei grandi temi con i quali ho anche avuto qualche problemuccio…»
Angelica Arbasini: Corpo e cibo, legati indissolubilmente.
Sara Catella: Erano anni in cui non si poteva accettare un «non mi piace». Erano gli anni in cui il piatto andava finito, qualsiasi cosa ci fosse dentro. Era un metodo educativo. Oggi le idee sono diverse, un tempo non era così… io, che in qualche modo ero sempre piccina e magrolina, dovevo essere rimpinzata di cibo.
Il corpo, soprattutto quello femminile, veniva osservato, controllato.
Nei miei progetti letterari, mi piace esplorare il corpo. Ricordo ad esempio che durante l’infanzia era qualcosa che rimaneva nascosto – non il mio, ma quello di alcune donne che mi hanno accompagnato: penso alle bisnonne, alle nonne. Per la scoperta del corpo, ci siamo un po’ arrangiate, in un certo senso...
Le figure femminili adulte nel libro sono centrali, e spesso ambivalenti. Che tipo di eredità le hanno lasciato queste donne?
L’eredità… Dunque, sono una che ha raccolto molto. Ho una cesta piena di oggetti, di sensazioni e di sentimenti, ma non ho ancora la chiave di lettura, non so bene come organizzare tutto questo materiale.
Le visioni sono state tante e diverse. Gli anni di cui parlo sono pregni di molte testimonianze: quelle della bisnonna che parla del suo passato, una mamma giovanissima e anche un po’ imbranata… le voci e le idee delle donne erano tante: ho cercato di raccoglierle e di capirci qualcosa. Infatti in questo testo c’è anche un aspetto ironico: la bambina tenta di capire le cose, e non sempre ce la fa.
E poi c’è il tema della migrazione: il libro è attraversato da spostamenti continui. Si sente più di un luogo in particolare, o di più luoghi insieme?
Personalmente mi sento appartenere di fatto a tutti i luoghi: alcuni rimangono nel cuore, certo, dove ho grandi connessioni emotive e affettive, però sono una persona molto adattabile. C’è nel libro la questione linguistica, che torna e che è un grande spartiacque, per noi italofoni che parliamo italiani diversi. Personalmente, ho un grande rispetto per le persone che oggi lasciano il loro Paese e sono costrette a cercare una vita migliore altrove, e credo che questa mia sensibilità si senta.

Neo, trent'anni di Ticino Musica
Il Quotidiano 02.05.2026, 19:00




