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Frontier è fantascienza politica nippofrancese

Il graphic novel di Singelin (Bao Publishing) è l’ultimo frutto di un movimento di ibridazione tra fumetto orientale e occidentale iniziato almeno un paio di decenni or sono. Per fortuna, è anche una grande space opera

  • Oggi, 17:00
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Di: Michele R. Serra 

Oramai una ventina di anni fa – e stiamo parlando di un’epoca in cui il social network era MySpace, e internet funzionava ancora, lontana dalla decadenza contemporanea riassunta da Cory Doctorow con l’eloquente neologismo enshittification – il pensiero principale del mondo occidentale era la globalizzazione (No Logo di Naomi Klein e il G8 di Genova 2001 erano, del resto, appena dietro l’angolo).

Di globalizzazione si parlava anche nel piccolo mondo del fumetto, che stava trovando una nuova gallina dalle uova d’oro nel graphic novel dedicato al pubblico adulto. Ok, forse è eccessivo parlare di oro, vista la contemporanea crisi del fumetto come arte popolare e della narrativa a stampa tout court, ma in ogni caso: senza dubbio, quella era un periodo di mutamento per il fumetto. E tra le grandi trasformazioni dei primi Duemila, c’era l’invasione del manga.

Non era la prima volta che una generazione si innamorava dell’immaginario nipponico, ma questa volta lo slittamento sarebbe stato definitivo: il fumetto giapponese aveva invaso prima gli Stati Uniti e poi l’Europa, cominciando a soppiantare la tradizione supereroica in terra americana e quella della bande dessinée franco-belga, se possibile ancora più sacra per una cultura notoriamente sciovinista come quella della regione centro-occidentale del vecchio continente.

Oggi quel movimento si è compiuto, e non solo i manga sono stabilmente tra i fumetti più letti su entrambe le sponde dell’Atlantico – oltre che su quelle del Pacifico – ma non è raro incontrare sugli scaffali casi di ibridazione estetica e di contenuto: aumenta ogni giorno il numero di autori occidentali che inseriscono all’interno delle loro opere stilemi manga. In alcuni casi, si tratta di imitazioni poco ispirate; in altre, di remix estremamente interessanti, che raccontano la velocità con cui i linguaggi si incontrano. Frontier di Guillaume Singelin fa parte senza dubbio della seconda categoria.

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Racconto di genere, fantascienza, e anche distopia: tre cose che in questo periodo non sembrano essere più particolarmente di moda, però non si può negare che Singelin le esegua con abilità invidiabile in queste quasi 200 tavole extra large. Si parte con una variazione su classici stereotipi di genere: l’uomo sta colonizzando lo spazio, pianeta dopo pianeta, ma questo processo è votato – per farla breve – al profitto, guidato da grandi corporation senza scrupoli e totalmente disinteressato all’elemento umano, ancora necessario, ma asservito al sistema e sostituibile. Si prosegue verso traiettorie più ottimistiche, influenzate da quel filone cosiddetto solarpunk che sembra essere nato come reazione alla tanta fantascienza senza speranza che abbiamo letto nell’ultimo quarto di secolo.

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Affresco narrativo di notevole portata, che però sarebbe tutto sommato abbastanza prevedibile, non fosse per l’aspetto grafico: Singelin lavora sul carino super-deformed di tanto fumetto e animazione (e videogame) giapponese: personaggi inderogabilmente dotati di fisico tondeggiante e arti piccoli, allo stesso tempo privi di naso. Carini, sì. Però poi dicono volgarità, e sono protagonisti di piccole esplosioni di rabbia e violenza: il lavoro sui contrasti paga, in termini di impatto sul lettore.

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A proposito di lettori, viene da chiedersi quanti ne stia conquistando la collana curata da Zerocalcare per Bao Publishing, e intitolata Cherry Bomb: per ora, ha pubblicato 4 libri compreso questo Frontier, tutti di autori francesi, tutti piuttosto interessanti. Bao li manda in libreria con una fascetta rossa che riporta il nome dell’autore italiano più venduto dell’ultimo quarto di secolo a caratteri cubitali: chissà se aiuta le vendite, e chissà se ai suoi lettori interessano storie con ambientazioni e atmosfere lontane anni luce dalle strade romane. C’è da dire però che sia Zerocalcare sia Guillaume Singelin raccontano storia molto politiche: semplicemente, il secondo nasconde il messaggio sotto qualche strato in più di fantascienza – che del resto, è risaputamente il più politico tra i generi della narrativa pop.

Legato a KAPPA, Rete Due, 01/05/2026, 18:00

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