Letteratura

L’amaro Ambrose

Bierce “The Bitter”, tenente dell’esercito dell’Unione e scrittore del diavolo

  • 07.06.2024, 07:24
  • 13.09.2024, 13:19
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Di: Alessandro De Bon 

Cinico, spietato e sopraffino. Probabilmente sulla penna di Ambrose Bierce era montata una baionetta. Magari la stessa che per cinque anni, dal 1861 al 1865, lo aveva difeso e affilato durante la guerra di secessione americana. Guerra che lui, giovane diciannovenne dell’Ohio, figlio della terra contadina del Midwest e fiero volontario arruolato, affronta tra le fila dell’Unione, scalando in fretta le gerarchie militari. Fino a quando, nel giugno del ’64, una ferita alla testa lo avvia velocemente al congedo. Ma se per il campo di battaglia il congedo funziona, per anima e memoria non c’è addio alle armi che tenga. Così, vissute in prima linea battaglie sanguinarie come quella di Shiloh, di Stone’s River o di Chickamauga, gli anni al fronte segnano per sempre l’esistenza di Bierce, che sulle sponde del Tennessee, insieme alla spensieratezza dei vent’anni, lascia pure qualsiasi illusione morale e qualsivoglia romantica speranza.

«ANNO: periodo di trecentosessantacinque delusioni (The Devil’s Dictionary, 1906)»

Deposte le armi Ambrose Bierce imbraccia la penna, da giornalista prima e da scrittore poi, continuando a combattere. E la guerra, questa volta, è lui a muoverla, con una novità: l’esercito dei buoni non esiste. Senza più distinzione di campo, sotterrando gli imperi del male e i dirimpettai del bene, l’autore attacca chi quel conflitto lo aveva costruito, mosso e venduto, con l’accortezza di togliergli prima la divisa, blu o grigia che fosse: il genere umano.
Vent’anni dopo le ferite continuano a sanguinare e con quel sangue Bierce scrive. Prima articoli - sul The San Francisco News Letter, sul The Californian, sul The Wasp - poi racconti. Racconti di guerra, ma soprattutto racconti in guerra, popolati di fantasmi, spiriti, orrore e crudeltà. Per chi lo legge Ambrose Bierce diventa presto “The Bitter”, l’amaro. Le sua pagine tracimano nel soprannaturale e fantastico, ma non è una fuga dalla realtà, anzi. Ne è la sottolineatura: quel che ha visto, vissuto (e commesso?), va oltre qualsiasi immaginazione. Nei suoi racconti a diventare sovrannaturale, innaturale, sono gli esseri umani, persone - o come più volte lui stesso definisce, animali - che ha incontrato e che forse è stato. Bierce non pubblica romanzi, sforna racconti. Uno dopo l’altro, veloci, letali, simili agli incubi: una notte al massimo, poi un altro. Nel 1889 pubblica The Affair at Coulter’s Notch (da cui settant’anni dopo il cortometraggio Premio Oscar La Riviere du Hibou, di Robert Enrico, 1961) e A Horseman in the Sky, pagine raggelanti che con l’orrore impantanano il lettore nell’inchiostro. Con le sue sentenze in prosa Ambrose Bierce si piazza tra il primo e il secondo tempo della letteratura horror americana, tra Edgar Allan Poe e Howard Philipps Lovecraft. Ma è tutt’altro che un intervallo piacevole, anzi. È peggio. Perché all’horror di Poe e Lovecraft toglie romanzo e fantascienza, e consegna il reale. Che senso ha aver paura di qualcosa, quando possiamo avere paura di qualcuno: noi?

I racconti di Bierce si appoggiano sempre su un canovaccio più o meno simile a sé stesso - e possibilmente imbevuto di sangue - in cui al peggio non c’è mai fine, perché il peggio è proprio alla fine. Un plotone di parole al servizio di una scena, di un personaggio, della sua solitudine o del suo destino terreno, dove la terra è bagnata e fredda. Tornano la guerra, le battaglie e la povertà. Tornano i sentimenti straziati, ma senza spazio per le lacrime, prosciugate dalla secchezza degli avvenimenti e dall’arsura morale. Esperto per esperienza, Bierce non sconta, alleggerisce o romanza, semplicemente consegna, forte di una scrittura che sta tra il bisturi, la baionetta (appunto) e l’ostensorio. Nella sua fantasia figlia del vissuto c’è qualcosa di insopportabile, di oltre, nei suoi duelli tra esseri (dis)umani scorre il delirio del non ritorno. Niente viene risparmiato e non c’è famiglia o amor proprio che possano lenire la spietatezza.I suoi racconti stanno al lieto fine come Ruggero Deodato sta a Hollywood. Fino a quando, prosciugandosi ulteriormente, i racconti, le storie del tenente scrittore, diventano veri e propri haiku neri. Aforismi diabolici che grazie a una geniale furbizia editoriale non è possibile smentire: chi mai smentirebbe un dizionario?

«CINICO: canaglia che a causa della sua vista difettosa vede le cose come sono, e non come dovrebbero essere (The Devil’s Dictionary, 1906)»

Dopo anni di rubrica rimbalzata da un quotidiano all’altro, da un settimanale a un mensile, a inizio ‘900 Ambrose Bierce riesce a mettere insieme, e pubblicare, Il Dizionario del Diavolo (The Devil’s Dictionary, 1906). “The Bitter” - come solo Norman Bates travestito da sua madre riuscirà un giorno a fare - affonda il coltello. I suoi, o quelli del demonio a cui li attribuisce, non sono lemmi, ma lame. Ogni parola una pugnalata, cinica, violenta, severa. E dannatamente divertente. Bierce si rivela, o conferma al ritmo della “commedia”, un genio dello humor nero, che al confronto Luis C.K. e Ricky Gervais sono Cochi e Renato. Con il suo dizionario Ambrose Bierce prende letteralmente il genere umano dalla A alla Z e lo smaschera, lo sfotte, lo manda al diavolo e si salvi chi può. Ovvero nessuno.

«AUTOSTIMA: valutazione errata (The Devil’s Dictionary, 1906)»

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Truman Capote

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