Chi ha letto Nooteboom (autore più volte considerato in procinto di Nobel) sa che la sua scrittura non è mai assertiva. È una scrittura che procede per sottrazione, per chiarori improvvisi, per epifanie minime. Una scrittura che non vuole convincere, ma condurre. In questo, Nooteboom è parente di Sebald, di Handke, di Magris: autori che hanno fatto del viaggio un modo di interrogare il tempo, non lo spazio. «Non si viaggia per vedere, ma per diventare ciò che si vede», diceva in un’intervista. È una frase che oggi suona come un testamento, non perché chiuda qualcosa, ma perché apre un modo di stare al mondo.
La sua morte — avvenuta l’11 febbraio, nella Minorca amatissima — sembra inscriversi in questa stessa logica di metamorfosi. Chissà se è avvenuta proprio nella casa bianca cui aveva dedicato Pioggia rossa, uno dei suoi libri più singolari, o se il suo ultimo sguardo ha sfiorato quel mare che cambia colore a seconda dell’ora. Minorca ritorna spesso nella sua opera, come in 533. Il libro dei giorni, dove ogni frammento diventa un esercizio di attenzione.
Addio a Cees Nooteboom, cantore del “labirinto dell’io”
Alphaville 13.02.2026, 11:20
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All’attenzione Nooteboom ha dedicato l’intera sua vita. Attenzione rivolta a cogliere l’apparire delle cose, la loro fragile luminosità. Il canto dell’essere e dell’apparire — pubblicato da Iperborea nel 1991 e riproposto nel 2024 — è forse il suo libro più segreto, il più vicino al laboratorio della sua poetica. Qui Nooteboom mette in scena la domanda che attraversa tutta la sua opera: che cosa significa che qualcosa “è”? E che cosa significa che qualcosa “appare”? La scrittura diventa un modo di lasciar essere ciò che si manifesta (nel suo offrirsi e nel suo ritrarsi), senza forzarlo. È un libro che non spiega: rischiara. Non interpreta: osserva. Non pretende di dire la verità, ma di accompagnare il lettore nel punto in cui l’essere e l’apparire si sfiorano.
La morte è sempre stata una sua interlocutrice. Tumbas — forse il suo capolavoro — è una Spoon River rovesciata, un pellegrinaggio tra le tombe di poeti e pensatori, scritto non per condannare ma per celebrare. E non stupisce che molti suoi libri portino già nel titolo un’ombra di commiato: Il giorno dei morti, Perduto il paradiso, Avevo mille vite e ne ho presa una sola, Addio. Ma in lui non c’è mai compiacimento funebre: c’è la consapevolezza che la fine è un luogo da cui guardare meglio l’inizio.
La sua prosa ha sempre avuto la leggerezza delle cose che non insistono. È una scrittura che sembra conoscere a fondo ciò che Rilke chiamava die Verwandlung, la trasformazione continua, la metamorfosi come condizione naturale dell’esistenza. Nei suoi libri non c’è mai un punto fermo: c’è un movimento lento, una deriva controllata, un’attenzione che non vuole fissare ma accompagnare. Ogni frase sembra scritta per lasciare spazio a ciò che non si può dire.
C’è una pagina dei suoi Gedichten in cui scrive: «Ogni isola è un inizio». È difficile non pensare a Minorca, alla casa bianca, al mare che cambia colore, al silenzio che si allarga. Forse la sua vita è stata davvero questo: un continuo ricominciare, un continuo spostarsi verso un punto che non si raggiunge mai del tutto.
La sua letteratura non è mai stata un gesto di appropriazione. È stata, piuttosto, un esercizio di disponibilità. Un modo di lasciarsi attraversare dai luoghi, dalle lingue, dalle memorie. Per questo i suoi libri non invecchiano: perché non pretendono di dire l’ultima parola. Preferiscono restare in ascolto. Preferiscono, come le isole, essere punti di partenza più che di arrivo.

