Letteratura

Brecht: il teatro che toglie innocenza al mondo

Nel cuore della sua opera c’è un gesto di lucidità che ancora oggi resiste: mostrare che nulla è naturale, che tutto può essere guardato di nuovo. La nuova edizione dedicata a Brecht riapre questo laboratorio critico, restituendo al presente un teatro che non consola ma sveglia.

  • Ieri, 10:00
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Di: Mat Cavadini 

Il teatro di Brecht nasce da un gesto che ancora oggi conserva una forza quasi elementare: togliere al mondo la sua innocenza apparente. Mostrare che ciò che sembra naturale è solo un’abitudine, che ciò che appare inevitabile è solo una costruzione. Brecht non chiede allo spettatore di perdersi nella storia, ma di restare vigile. Non vuole emozione, ma attenzione. Non vuole adesione, ma distanza. Il suo teatro interrompe, apre una fenditura, costringe a guardare. È un teatro che non accompagna: espone.

Questa postura — così semplice, così radicale — è ciò che rende Brecht ancora necessario. In un tempo che tende a confondere la velocità con la chiarezza, la sua opera ricorda che pensare richiede un rallentamento, un passo di lato, un gesto di sospensione. Lo straniamento non è una tecnica, ma un’etica dello sguardo: la capacità di vedere il mondo come se fosse la prima volta, di sottrarlo all’automatismo che lo rende opaco. Brecht non vuole che lo spettatore creda: vuole che osservi. Che riconosca la distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

È per questa che la riproposta dell’intramontabile testo di Jesi su Brecht (edizione Nottetempo curata da Andrea Cavalletti) assume un valore particolare. Non perché aggiunga un tassello definitivo, ma perché restituisce al presente la vitalità di un pensiero che non ha mai smesso di interrogare il proprio tempo. Ripubblicare Brecht significa riaprire un laboratorio, non un monumento. Significa ricordare che il teatro può ancora essere un luogo in cui il mondo viene mostrato nella sua costruzione, non nella sua inevitabilità.

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Il cuore del suo lavoro è sempre lo stesso: rendere visibile ciò che il potere tende a naturalizzare. Smontare la scena sociale, esporre i suoi ingranaggi, mostrare che ogni ruolo è un ruolo, ogni gesto è un gesto, ogni ordine è un ordine. Non per distruggere, ma per liberare. Per restituire allo spettatore la possibilità di scegliere. Il teatro brechtiano non indica una direzione: apre uno spazio. Non prescrive: mette in questione. Non offre soluzioni: offre strumenti.

In questo senso, Brecht non è un autore del passato, ma un compagno di strada. La sua opera non chiede fedeltà, ma vigilanza. Non costruisce miti, ma li smonta. Non invita a credere, ma a vedere. È un teatro che non consola, ma emancipa. Che non chiude, ma apre. Che non addormenta, ma sveglia.

Forse è questo il suo lascito più prezioso: l’idea che la lucidità, anche quando è scomoda, è una forma di libertà. E che il teatro, quando rinuncia alla seduzione e sceglie la chiarezza, può ancora essere un luogo in cui il mondo si lascia guardare senza le sue maschere. Un luogo in cui, per un momento, ciò che sembrava inevitabile torna a essere possibile.

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