Il 3 dicembre 1938, una giovane donna dai capelli castani raggiunge il prato davanti all’abbazia di Chiaravalle e, nel gelo di quella giornata d’inverno, decide di porre fine alla sua vita ingerendo dei barbiturici. È Antonia Pozzi. Ai genitori lascia un biglietto in cui parla di una «disperazione mortale». È difficile immaginare che dietro quelle parole ci fosse una delle voci poetiche più intense del Novecento italiano: non solo autrice di versi intimi e appassionati, ma anche osservatrice lucida e inquieta della miseria delle periferie milanesi e del clima cupo che precede la guerra. Una poeta che aveva fatto della scrittura un respiro – «vivo della poesia come le vene vivono del sangue» – e che, nonostante la profondità del suo sguardo, ancora oggi non trova lo spazio che merita.
Antonia cresce in un mondo protetto e colto, ma la sua sensibilità è troppo ampia per restare soffocata dentro i confini preconfezionati della borghesia milanese. Si innamora del suo professore, un amore impossibile e indicibile; si scontra con l’autorità del padre; attraversa una solitudine sottile che tenta di trasformare in versi. E piano piano la città attorno a lei cambia: mentre Milano si espande verso le periferie, lei avverte un richiamo verso quei luoghi dimenticati. Li percorre a piedi, li osserva, li ascolta.
L’incontro con gli sfrattati di via dei Cinquecento (esperienza da cui nascerà l’omonima poesia) è uno dei passaggi più forti della sua vita:
Pesano fra noi due
troppe parole non dette
e la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l’odore –
odor di cenci, d’escrementi, di morti -
serpeggiante per tetri corridoi
sono una siepe che geme nel vento
fra me e te...
La morte non è più un concetto astratto, ma un odore concreto, pungente, che permea ogni cosa. Accanto allo sguardo sociale, così netto e senza concessioni, affiora anche una vulnerabilità che la lacerava dall’interno: «e ho paura / dei tuoi passi fangosi, cara vita». Il suo corpo le appare come «un pezzo muto di carne», trascinato dall’esistenza con un misto di timore e stanchezza.
In una lettera mai spedita alla madre confida un desiderio che sembra una confessione poetica e insieme biografica: «Il mio sogno più caro è destinato a oscillare nell’aria lungamente, ma poi – certo – a dissolversi nel sereno, oltre le cose. Perché amiamo perdutamente soltanto ciò che non avremo mai: e per me è la miseria, vecchi con lunghi mantelli fra ciminiere di fabbriche lontane». Per Antonia la bellezza non è mai nel pieno, ma nella crepa: nelle esistenze umili, nei margini della città, negli angoli dove la vita si sfibra.
E mentre l’Europa scivola verso la guerra e le leggi razziali colpiscono amici vicini, il suo sguardo si incupisce sempre più. Nei diari descrive bambini poveri «a centinaia, a migliaia, a frane, a nuvole», ma «strani bambini che quasi non urlano». A Vittorio Sereni scrive: «forse l’età delle parole è finita per sempre». In lei qualcosa si incrina: la realtà sembra oscurare tutto, appesantire, premere troppo forte perché la poesia riesca ancora a salvarla.
Negli ultimi mesi le sue immagini interiori diventano visionarie, quasi mistiche. C’è un angelo, soprattutto, che la prende per mano sulle montagne. Lei si percepisce «come un velo d’acqua sospeso su di un masso in mezzo alla cascata, che aspetta di precipitare ancora». È sulle sue amate montagne di Pasturo che desidera riposare per sempre: «sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro». E nel suo ultimo saluto ai genitori lascia una promessa lieve, quasi un modo per dire che la vita, nonostante tutto, le ha insegnato a guardare il mondo con amore: «Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato», scrive. E poi la frase che chiude e illumina tutto: «e non piangete, perché ora io sono in pace».
Antonia Pozzi, "Ora intatta"
Colpo di poesia 24.12.2021, 21:00
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