Migliavacca, Fustigati, Brodo, Rivadeneyra.
Sono i cognomi dei ragazzi protagonisti di I convitati di Pietra di Michele Mari. Compagni di classe in un liceo classico del centro di Milano, alla fine degli anni Settanta. Una sera a cena decidono di mettere in piedi un «progetto geniale, disumano e spietato»: ogni anno verseranno in una cassa comune una cifra prestabilita che poi, opportunamente investita, nel corso dei decenni moltiplicherà il capitale, fino a cifre vertiginose. Chi incasserà questa somma che potrebbe cambiare la vita di chiunque? Semplicemente, chi vivrà più degli altri: gli ultimi tre sopravvissuti avranno accesso al montepremi.
“I convitati di pietra” di Michele Mari, Einaudi (dettaglio di copertina)
Il problema è che una volta messo in moto questo meccanismo, il gioco diventa sempre meno divertente, a mano a mano che passano gli anni – e non solo perché iniziano a farsi strada tra i partecipanti idee come quella che, beh, per mettere le mani sul bottino, in fondo, basta eliminare fisicamente gli altri concorrenti. Con presupposti del genere, sembra di andare verso il thriller, ma non solo: il libro gioca con i generi, ed è uno dei romanzi più divertenti usciti nel 2025 (è arrivato nelle librerie proprio agli sgoccioli dello scorso anno). Tocca corde comuni, senza cadere mai nella banalità. È, in un certo senso, il Mari più pop degli ultimi anni. E se posso permettermi, arriva a essere perfino commovente.
Il nero dell’anima, e un libro bianco
Alice 31.01.2026, 14:35
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«I miei rapporti con i compagni di classe, oggi, sono buoni, anzi ottimi», spiega lo stesso Mari rispondendo all’inevitabile domanda. «Non con tutta la classe, ma diciamo metà, o due terzi: abbiamo continuato, a sentirci, a vederci – certo, non in modi così cerimoniosi e maniacali come i personaggi del mio libro. Però, per anni ci siamo visti, se non tutti gli anni, almeno un anno sì, uno no, per decenni. Devo dire, però, che da un po’ di tempo io sono stato inadempiente, spesso assente, anche perché nel frattempo la vita mi aveva portato lontano da Milano, un po’ a Roma, un po’ a Bergamo, per cui ho perso un po’ di colpi. Quindi scrivere questo libro – anche se non c’è una corrispondenza diretta tra i personaggi e i miei reali compagni – è come fosse una specie di risarcimento di tutti gli atti mancati, di tutte le cene saltate in questi ultimi anni».
Ce ne sono tanti di atti mancati, che vengono riparati quando ormai il tempo è scaduto, anche dentro questo libro. Il tempo che ci porta verso la naturale scadenza è del resto il tema fondamentale su cui esercitare decenni di letteratura, per Michele Mari. E qui c’è la morte, ma anche l’idea di resistere alla maturità, riflessioni su cosa significa coltivare la memoria di rapporti passati, che rimangono intrappolati nell’ambra e sono destinati a essere ricordati, raccontati, ma non più vissuti. C’è un irresistibile cinismo – figlio, a detta dello stesso Mari, della tradizione umoristica inglese – che permette al narratore di tratteggiare i personaggi attraverso pochi particolari, per poi spazzarli via dall’esistenza.
Il cinismo però si scioglie nella parte finale, e la parabola dei Convitati di pietra sembra trovare un’inaspettata morale per cui – se perdonate la semplificazione – la vita vale effettivamente la pena di essere vissuta: per le cose che ci piacciono, e a volte perfino per le persone. «Quello che ho scoperto scrivendo questo libro – chiosa Mari – non lo avevo messo in conto, ed è stato un po’ una novità… direi una conquista, per me. Alcuni di questi personaggi scoprono di avere un vero senso di appartenenza, di fratellanza, un vero affetto. Se non un amore, un’amicizia profonda. Tutte cose su cui avevano sghignazzato, cose che erano state da loro svalutate nichilisticamente, e che invece paradossalmente rivelano la propria tenuta e la propria profondità fuori tempo massimo, quando ormai i personaggi hanno ottanta, novant’anni». Non saprei se definirlo ottimismo, ma si tratta se non altro di una luce di speranza. Di questi tempi, è già qualcosa.
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