Letteratura

Pascoli: l’alcol, i bordelli, la depressione

“Zvanì - Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli” racconta i lati oscuri della vita del grande poeta

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Di: MrS 

Certo, in effetti il libro comincia con la morte. Però poi si parla della vita, di Giovanni Pascoli. Zvanì – Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli (Feltrinelli) di Osvaldo Guerrieri comincia con Pascoli che lascia l’amata Castelvecchio per andare a Bologna, il 17 febbraio 1912. Sarebbe morto due mesi dopo.

Aveva 56 anni ed era molto malato. A Bologna il professor Augusto Murri, il principe dei clinici e suo buon amico, lo avrebbe curato del cancro che, insorto nel fegato, aveva poi aggredito lo stomaco. Ma questa storia del fegato e dello stomaco non si poteva dire. Non così, non in questa sequenza in pubblico e nelle comunicazioni ufficiali. Vuoi per pudore, vuoi perché un poeta doveva essere la creatura quanto più vicina agli angeli. I medici che si occuparono di lui e che gli furono prima di ogni altra cosa amici, cambiarono il copione, rovesciarono i termini della diagnosi e attestarono concordi. Dallo stomaco al fegato. Sarebbe stato troppo sconveniente che un poeta fra i più amati, un fanciullino che parlava ai cuori con voce di cristallo, soffrisse di cirrosi. Il male degli ubriaconi. 

Osvaldo Guerrieri, “Zvanì”

Ecco. Il motivo della morte di Giovanni Pascoli non è un mistero. E allora, come da sottotitolo, a cosa serve un’indagine? La morte è la scintilla da cui scaturisce una prima domanda: perché è morto, Pascoli? Per un male incurabile al fegato, certo, ma: perché gli è venuto? Probabilmente perché beveva. E perché beveva? Probabilmente per curare uno stato depressivo. E perché era depresso? Per moltissimi motivi, da cercare e trovare nella sua vita prima, e poi nella sua poesia. L’alcol non era, peraltro, la sola medicina: c’erano i bordelli, ad esempio, che il poeta frequentava assiduamente.

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E pensare che, per tutti noi, Pascoli è quello cristallizzato nell’ambra del liceo: la cavallina storna, il fanciullino, le piccole cose, il nido. Tra le pagine di Zvanì c’è molto di più, e molto di diverso. Soprattutto, c’è l’ombra del fallimento che Pascoli non sembra riuscire a scrollarsi di dosso: è un fallimento, tanto per dirne una, l’infatuazione giovanile per la politica, che lo porta in prigione mentre l’amico Andrea Costa, socialista e anarchico, è costretto a rifugiarsi a Lugano. È un fallimento il suo tentativo di costruirsi una vita borghese “normale”, quando il suo possibile matrimonio viene mandato all’aria dalla sorella Mariù. Sorella che rimarrà l’unico punto fermo della sua vita, però in un rapporto di affetto morboso, all’interno di un quadro di disagio psicologico da parte di entrambi.  

“Zvanì – Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli” di Osvaldo Guerrieri, Feltrinelli (dettaglio di copertina)

“Zvanì – Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli” di Osvaldo Guerrieri, Feltrinelli (dettaglio di copertina)

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«Non è che volessi dissacrare, o cose del genere – dice Osvaldo Guerrieri – non sapevo assolutamente che cosa avrei voluto fare, quando mi sono messo a scrivere. Questa è la verità. Come tanti altri studenti di tutte le generazioni, avevo un’idea di Pascoli legata a stereotipi. Poi, un giorno, scopro con colpevole ritardo le cause della morte di Giovanni Pascoli. E nascono delle domande, inevitabili, che, come fossero ciliegie, fanno venir fuori altre domande, che esigono altre risposte. Una domanda via l’altra, una risposta via l’altra, ecco che viene fuori una specie di racconto, di cui mi accorgevo strada facendo. Non aveva nulla a che vedere con l’immagine che normalmente si ha di Giovanni Pascoli: era invece l’immagine di un artista prigioniero del proprio passato, dei propri lutti, dei propri dolori. Così diventa custode dei propri morti, tenta di farli rivivere, dentro di sé e nella sua opera poetica, perché accanto ai suoi morti si sente risolto, quasi appagato, felice. Questo è un itinerario molto complesso, che si intreccia con tutti i fatti della vita reale: le difficoltà, le questioni di denaro, i dispiaceri...»

Sono storie oscure, quelle della vita di Pascoli raccontate tra le pagine di Zvanì, e coprono uno spettro negativo che va dall’inquietante all’insostenibilmente triste. Se si pensa alla luce letteraria che irradiano i suoi componimenti poetici, il contrasto appare assurdo, ingiusto perfino.

Poche mesi fa nelle sale italiane (non moltissime, a dir la verità) veniva distribuito il film di Giuseppe Piccioni che condivide il titolo con il libro di Guerrieri, e come quest’ultimo racconta la vita del poeta. Una visione ravvicinata rende evidente la siderale distanza estetica tra il Pascoli bello ed elegantissimo del film, e la realtà raccontata dal libro: Pascoli era incapace di qualsiasi ricercatezza dandy. La bellezza non gli apparteneva. Eppure aveva gli occhi per trovarla, e per metterla su carta.

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