“Pioniere” è una delle parole più utilizzate per ricordare Afrika Bambaataa, morto il 9 aprile 2026 all’età di 68 anni. Non è scarsa originalità, ma aderenza alla biografia. Perché con le sue produzioni ha dato impulso alle avanguardie sonore dominanti ai giorni nostri: l’hip hop, in modo diretto, e la techno.
Lance Taylor, questo il suo vero nome, era nato a New York, nel quartiere del Bronx. Proprio quello diventato, nell’immaginario collettivo, simbolo di degrado, sbando e delinquenza. Il giovane Bambaataa faceva parte di una gang, ma le cose, in quegli anni ’70, cambiarono dopo un viaggio in Africa a metà decennio.
Il viaggio è poco documentato, e lo stesso Bambaataa fu sempre vago in merito. Non è dato sapere i paesi visitati, né il periodo esatto. L’esperienza funge piuttosto da mito fondativo per descrivere il passaggio verso un approccio più consapevole alla sua espressione artistica.
L’osservazione di comunità africane che si autogovernavano ispirò la nascita della Zulu Nation, una comunità dal senso non solo artistico, ma anche culturale e politico.
Attraverso i concetti di pace, amore, unità, divertimento e conoscenza, la Zulu Nation si poneva come alternativa alla violenza delle gang, trasformando gli spazi in luoghi d’incontro e condivisione, in opposizione all’occupazione armata.
Nei luoghi animati da Zulu Nation si mettevano dischi, si prendeva il microfono per rappare, si disegnavano graffiti e si ballava la breakdance. Le quattro discipline dell’hip hop erano ancora un fenomeno locale molto legato a New York. Fino al 1982, quando con il singolo Planet Rock Zulu Nation si affaccerà al mondo.
Planet Rock è una sintesi-manifesto dell’estetica di Afrika Bambaataa: dentro ci trovi il beat che non ti molla, i sintetizzatori che fendono l’aria, le strofe rappate. E, particolare non da poco, citazioni dei tedeschi Kraftwerk. «Party people!», risuona all’inizio del pezzo. È il popolo di una festa che si fa globale, di una musica che lega America, Europa e Africa.
I beat robotici di Planet Rock definiscono i canoni dell’electro, genere che attecchirà nella città di Detroit e farà germogliare la scena techno e la sua idea di afrofuturismo, di una tecnologia che diventa strumento di autorappresentazione e immaginazione del futuro afroamericano.
Sempre nei primi anni ’80, singoli come Looking for the Perfect Beat e Renegades of Funk consolidarono la duplice natura del progetto Zulu Nation. Il primo ne rafforzava la presenza nei club e sulle piste da ballo; il secondo amplificava la portata politica del messaggio. Renegades verrà rifatta dai Rage Against the Machine nei primi 2000, rinnovando il legame fra hip hop e militanza.
L’evoluzione del progetto coglierà un importante riconoscimento con Unity (1984), ospite James Brown. La presenza nel brano del “Padrino del funk” diede piena legittimazione ad Afrika Bambaataa all’interno del percorso storico della musica afroamericana.
Negli anni ’90 e 2000 l’hip hop diventa un’industria globale: un contesto in cui la funzione culturale originaria di Zulu Nation pian piano sfuma. Bambaataa assume un ruolo che da creativo si fa istituzionale. È custode della memoria storica e testimone dell’hip hop, collega tra loro le generazioni.
Il rapporto fra Afrika Bambaataa e Zulu Nation vive un epilogo traumatico nel 2016. Bambaataa viene allontanato dall’associazione di cui era leader dopo le accuse di abusi sessuali. Accuse che lui ha sempre respinto. Nel 2025 ha perso per contumacia una causa civile intentatagli per molestie su minori e traffico sessuale.
Addio ad Afrika Bambaataa (Parzialmente scremato, Rete Tre)
RSI Cultura 10.04.2026, 07:30
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