È successo tutto in fretta. Dieci anni fa, nel cruciale 2016, la musica italiana viveva la sua ultima rivoluzione, esplodevano la trap – i primi Ghali e Sfera Ebbasta, che avrebbero pure trasformato la generazione precedente di rapper, da Marracash a Guè, in venerati maestri – e l’indie, il nuovo pop dei locali della scena indipendente. Sulle spalle di Calcutta e TheGiornalisti, con base a Roma, per la prima volta si recuperavano i cantautori del passato, purezza e istintività, per un approccio alternativo a quello televisivo, di marca talent, di quel periodo. Vuoi per motivi d’età, Fulminacci – ora fresco del suo secondo Festival di Sanremo con Stupida sfortuna, settimo e Premio della Critica, ora in tour fino all’autunno – è l’ultimo testimone di quel movimento, con il disco di debutto, La vita veramente, uscito nel 2019, appena prima del grande reset della pandemia.
Fulminacci nei Palazzacci (Café soirée, Rete Tre)
RSI Cultura 30.03.2026, 19:00
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Sì, perché in pochi anni si sarebbe perso tanto: la stagione di Frah Quintale, Cosmo e compagnia dappertutto – compreso proprio Sanremo, si pensi ai Coma_Cose, a Colapesce e Dimartino, a La Rappresentante di Lista – si è esaurita presto, perdendo intenti rivoluzionari, superata per impatto dall’urban, con ancora in piedi solo i più meritevoli e comunque, salvo eccezioni come Calcutta, relegati in nicchie più o meno grandi. Addio grandi palchi, addio influenze di massa. Ma qualcosa ha ripreso a muoversi, grazie a Fulminacci. Il Festival l’ha rilanciato dopo una prima partecipazione nel 2021, con Santa Marinella, cresciuta sulla distanza e un disco, Infinito +1 (2023), che invece aveva sofferto la desertificazione che aveva colpito il pubblico indie, restando a parlare ai fedeli.
Stupida sfortuna è da un mese tra le dieci canzoni più trasmesse dalle radio in Italia, nei prossimi giorni si esibirà nei palasport e poi, in estate, in festival vari, ma è soprattutto l’attenzione raccolta dal personaggio e da questo quarto album, Calcinacci, a segnare un punto di svolta, forse. Se in altri casi eccezionali di Sanremo, come Brunori Sas e Lucio Corsi (2025), si prescindeva dall’indie in senso stretto – magari anche perché questi erano più classici e vicini agli originali anni Settanta – qui c’è un aggiornamento pieno, per modi e stili, delle coordinate del 2016. Da un punto di vista di “scena” – tra gli ospiti, Franco126, Tommaso Paradiso e Tuttifenomeni, protagonisti di quella stagione, con produzioni di Golden Years, che più di tutti si candida a regista di questo ritorno – e da un punto di vista di suoni.
Ispirato dalla fine dolorosa ma pacifica di una relazione lunga anni, da cui i “calcinacci” esistenziali del titolo, rilancia su grande scala la formula intelligente e giocosa del suo autore – una sorta di bravo ragazzo un po’ secchione e un po’, per sua stessa ammissione, “disadattato, fuori dal tempo”, sempre leggermente fuoriposto, ma con qua e là dei colpi di genio – a metà tra Daniele Silvestri (nell’opener Indispensabile) e Francesco De Gregori (l’eco dei suoi primi lavori si sente nell’intima Tutto bene, momento clou del disco). In mezzo, la ricetta solita, ma tirata a lucido e liberata dai cliché: melodie micidiali ma non banali, arrangiamenti easy listening ma ricche (i cori, le chitarre elettriche morbide), a metà tra il cantautorato classico e quello moderno e un fitto e divertito di un quotidiano semplice e concreto, lontano sia dall’iperrealismo che a un certo punto ha consumato i colleghi (Nulla di stupefacente) e sia da un certo surrealismo (Casomai).
Chiaro, la nostalgia è dispositivo difficile da decifrare, ma sembra che parte della scena indie – da Coez e Frah Quintale agli stessi Franco126 e Carl Brave, di cui si parla di reunion per il decennale del loro Polaroid – possa ritornare e non come souvenir del passato, dell’adolescenza di chi ha trent’anni. Con i tempi accelerati del mercato di oggi, l’indie di base a Roma ha evidentemente già compiuto il proprio percorso: da novità a genere a cui manca la terra sotto i piedi, quindi a piccolo classico, nuovo standard. A Fulminacci, l’ultimo arrivato della nidiata originale, riaprirgli la strada.

