Primavera cantautorale

Fulminacci e il ritorno dell’indie italiano

Con “Calcinacci” e il successo di “Stupida sfortuna”, il cantautore rilancia un genere che sembrava esaurito dopo la stagione 2016-2019

  • Ieri, 12:00
Fulminacci
  • Imago / Zuma Press
Di: Patrizio Ruviglioni 

È successo tutto in fretta. Dieci anni fa, nel cruciale 2016, la musica italiana viveva la sua ultima rivoluzione, esplodevano la trap – i primi Ghali e Sfera Ebbasta, che avrebbero pure trasformato la generazione precedente di rapper, da Marracash a Guè, in venerati maestri – e l’indie, il nuovo pop dei locali della scena indipendente. Sulle spalle di Calcutta e TheGiornalisti, con base a Roma, per la prima volta si recuperavano i cantautori del passato, purezza e istintività, per un approccio alternativo a quello televisivo, di marca talent, di quel periodo. Vuoi per motivi d’età, Fulminacci – ora fresco del suo secondo Festival di Sanremo con Stupida sfortuna, settimo e Premio della Critica, ora in tour fino all’autunno – è l’ultimo testimone di quel movimento, con il disco di debutto, La vita veramente, uscito nel 2019, appena prima del grande reset della pandemia.

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Fulminacci nei Palazzacci (Café soirée, Rete Tre)

RSI Cultura 30.03.2026, 19:00

  • Keystone
  • Julie Meletta

Sì, perché in pochi anni si sarebbe perso tanto: la stagione di Frah Quintale, Cosmo e compagnia dappertutto – compreso proprio Sanremo, si pensi ai Coma_Cose, a Colapesce e Dimartino, a La Rappresentante di Lista – si è esaurita presto, perdendo intenti rivoluzionari, superata per impatto dall’urban, con ancora in piedi solo i più meritevoli e comunque, salvo eccezioni come Calcutta, relegati in nicchie più o meno grandi. Addio grandi palchi, addio influenze di massa. Ma qualcosa ha ripreso a muoversi, grazie a Fulminacci. Il Festival l’ha rilanciato dopo una prima partecipazione nel 2021, con Santa Marinella, cresciuta sulla distanza e un disco, Infinito +1 (2023), che invece aveva sofferto la desertificazione che aveva colpito il pubblico indie, restando a parlare ai fedeli.

Stupida sfortuna è da un mese tra le dieci canzoni più trasmesse dalle radio in Italia, nei prossimi giorni si esibirà nei palasport e poi, in estate, in festival vari, ma è soprattutto l’attenzione raccolta dal personaggio e da questo quarto album, Calcinacci, a segnare un punto di svolta, forse. Se in altri casi eccezionali di Sanremo, come Brunori Sas e Lucio Corsi (2025), si prescindeva dall’indie in senso stretto – magari anche perché questi erano più classici e vicini agli originali anni Settanta – qui c’è un aggiornamento pieno, per modi e stili, delle coordinate del 2016. Da un punto di vista di “scena” – tra gli ospiti, Franco126, Tommaso Paradiso e Tuttifenomeni, protagonisti di quella stagione, con produzioni di Golden Years, che più di tutti si candida a regista di questo ritorno – e da un punto di vista di suoni.

Ispirato dalla fine dolorosa ma pacifica di una relazione lunga anni, da cui i “calcinacci” esistenziali del titolo, rilancia su grande scala la formula intelligente e giocosa del suo autore – una sorta di bravo ragazzo un po’ secchione e un po’, per sua stessa ammissione, “disadattato, fuori dal tempo”, sempre leggermente fuoriposto, ma con qua e là dei colpi di genio – a metà tra Daniele Silvestri (nell’opener Indispensabile) e Francesco De Gregori (l’eco dei suoi primi lavori si sente nell’intima Tutto bene, momento clou del disco). In mezzo, la ricetta solita, ma tirata a lucido e liberata dai cliché: melodie micidiali ma non banali, arrangiamenti easy listening ma ricche (i cori, le chitarre elettriche morbide), a metà tra il cantautorato classico e quello moderno e un fitto e divertito di un quotidiano semplice e concreto, lontano sia dall’iperrealismo che a un certo punto ha consumato i colleghi (Nulla di stupefacente) e sia da un certo surrealismo (Casomai).

Chiaro, la nostalgia è dispositivo difficile da decifrare, ma sembra che parte della scena indie – da Coez e Frah Quintale agli stessi Franco126 e Carl Brave, di cui si parla di reunion per il decennale del loro Polaroid – possa ritornare e non come souvenir del passato, dell’adolescenza di chi ha trent’anni. Con i tempi accelerati del mercato di oggi, l’indie di base a Roma ha evidentemente già compiuto il proprio percorso: da novità a genere a cui manca la terra sotto i piedi, quindi a piccolo classico, nuovo standard. A Fulminacci, l’ultimo arrivato della nidiata originale, riaprirgli la strada.

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