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Michele Mariotti: il podio non è un “circo”

La sua direzione bada alla sostanza: studio ed esperienza danno profondità al gesto

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“Un giovane esponente della vecchia scuola del podio”

Musicalbox 02.04.2026, 16:35

  • Courtesy: Luisa Sclocchis
  • Luisa Sclocchis
Di: Musicalbox/RigA 

«Sono molto “età della pietra”». Scherza, Michele Mariotti, nel descrivere il suo approccio al podio, che si concentra sul gesto e lo studio. A Musicalbox racconta come per lui sia importante curare la sostanza e non apparire sui social.

Dal 2022 Mariotti è direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma, incarico prolungato fino al 2030. La novità è la nomina a direttore principale dell’Orchestra sinfonica Rai dall’ottobre 2026. Primo italiano ad assumere il ruolo dopo una serie di prestigiose bacchette estere, succederà a Andrés Orozco-Estrada.

Ad avere un’orchestra sinfonica ambiva da tempo, il 47enne direttore pesarese: trova indispensabile occuparsi di opera e sinfonica per non avere etichette da una o dall’altra parte e, soprattutto, perché «l’una impreziosisce l’altra».

Mariotti ha lavorato con grandi registi d’opera come Damiano Michieletto, Graham Vick, Shirin Neshat e Richard Jones. Nella lirica, il rapporto fra musica e messa in scena non è sempre dei più facili. Per avere una buona collaborazione, sottolinea come la regia debba comprendere il significato della musica, che «è drammaturgia, non colonna sonora». Nella sua visione, direttore e regista devono operare basandosi sulla corresponsabilità, non sul potere.

Per realizzare un proficuo rapporto con l’orchestra, Mariotti ritiene che nel dialogo «bisogna non recitare, non vestire altri panni». Il direttore deve «parlare quello che serve, senza dare lezioni di storia della musica» e metterci tutto sé stesso, «perché noi dirigiamo non solo col braccio, ma con tutto il nostro corpo».

Salire sul podio, per Mariotti, significa riconoscere il valore del tempo, della maturazione. Da qui parte la sua riflessione sull’evoluzione del ruolo di direttore d’orchestra. Serve esperienza, e non solo quella sul podio: anche quella di vita conta. Ciò non significa che a dirigere debbano essere solo i settantenni ma a 30 anni, trattandosi di opere che tra i loro temi affrontano tristezza e solitudine, «cos’hai da dire se non le conosci?», si chiede.

Michele Mariotti sa che il lato spettacolare - il «circo» lo chiama lui - è tipico dell’età giovanile e si asciuga col passare degli anni. Anche questo è saper dare valore al tempo.

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