Pop geopolitik

K-pop: lo spettacolo è multipolare

Dall’Asia all’Africa, passando per l’America Latina: nuovi idoli partecipano al grande gioco culturale. La Corea del Sud come caso di scuola

  • 8 aprile, 11:30
  • Oggi, 08:56
BTS alla Casa Bianca nel 2022

BTS alla Casa Bianca nel 2022

  • Keystone
Di: RigA 

Cari genitori che accompagnate i vostri pargoli ad ammirare le gesta degli idol K-pop, sappiate che state vivendo la Storia in tempo reale. Quella con la s maiuscola, quella dei grandi cambiamenti geopolitici. E questo che voi assistiate agli spettacoli contagiati dall’euforia del momento o assediati dai dubbi.

Il pop proveniente dalla Corea del Sud è allo stesso tempo risultato e avanguardia di un mondo multipolare (alcuni preferiscono dire “policentrico”), ma - sgombriamo subito il palco - non secondo una declinazione politica. Ne è risultato perché modellato sulle espressioni dell’industria musicale occidentale; anticipa una nuova fase della globalizzazione perché proprio da quell’industria si smarca, assumendo caratteri locali.

Nei primi Duemila, agli inizi della sua parabola, il K-pop studia sui manuali dell’Occidente: da lì vengono i generi di riferimento (pop da classifica, hip hop, dance elettronica), le coreografie e l’immagine/immaginario delle star. Sempre occidentali sono le piattaforme social su cui poggia la promozione delle band. Siamo ancora in una fase unipolare del pop, in cui un centro (tipicamente angloamericano) presenta i suoi modelli alla periferia.

Punto di svolta è l’uso della lingua coreana nei testi delle canzoni. La prima conseguenza è che l’inglese diventa una delle opzioni, non l’unica per presentarsi al mondo. L’uso del coreano, che magari strappava sorrisetti ai tempi di Gangnam Style, con Spring Day (2017) dei BTS diventa un affare serio da svariati milioni di follower in tutto il mondo. Non c’è più una lingua che fa da “pialla culturale”, ma un coro plurale di idiomi che trovano i loro pubblici.

Lingua coreana e follower entrano in contatto attraverso le traduzioni delle liriche degli idol. È l’opera delle comunità, dei fandom, in cui il consumo da passivo si trasforma in attivo. Nei fandom si promuove un senso di appartenenza, si condividono emozioni, si scambiano informazioni, sviluppando anche contenuti (come le fanfiction, i racconti scritti dai fan) che vanno al di là delle canzoni preferite. 

Il globale non si è dissolto, ma assume nuovi connotati grazie alle comunità di fan. Globali sono le piattaforme su cui i fandom compiono la loro opera di diffusione (YouTube, TikTok, Spotify): una rete decentralizzata di utenti che non dipendono più dalle forme mediatiche “codificate” come riviste, radio e tivù per decidere cosa gli piace.

Lo spettacolo si ricongiunge alla politica quando entrano in gioco gli investimenti effettuati dalla Corea del Sud nell’industria culturale. Una decisione presa da Seul dopo la crisi di fine anni ’90, concretizzatasi attraverso il sostegno a formazione, infrastrutture produttive ed esportazione delle produzioni. All’interno di questa situazione protetta, in cui i rischi d’impresa sono attenuati, apposite agenzie hanno lavorato alla costruzione degli artisti K-pop. Non senza le criticità del caso.

Grazie alla partecipazione delle band a grandi eventi globali (dalle Assemblee Generali o altre iniziative ONU alle grandi manifestazioni sportive), il K-pop è diventato per la Corea del Sud leva di “soft power”, un modo per mostrare il suo lato più creativo e dinamico e rendersi desiderabile come paese. Senza bisogno di fare propaganda politica né fagocitare il K-pop. 

Il ritorno di questa operazione è misurabile: la Corea ha raggiunto il primo posto nel mondo per soft power complessivo davanti a USA, Germania e Cina, e la produzione culturale del paese (non solo la musica: anche cibo, serie e cosmesi) è uno dei motivi che attirano turisti non solo dal resto del continente asiatico.

Altri modelli stanno muovendosi sulla scia del K-pop. Solo in Asia abbiamo una lunga fila di consonanti davanti a “-pop” che identificano Cina, Giappone, Filippine, Tailandia e Vietnam. Ma, con altre peculiarità, vediamo nuove correnti affermarsi in America Latina e l’emersione dell’Afrobeats.

Quanto alla Corea del Sud, grazie al biglietto da visita mostrato dagli idol, il paese è oggi solida realtà di una multipolarità culturale. Un contesto in cui convivono espressioni della popular culture da ogni parte del globo, senza la presenza di una realtà egemonica.

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Il K-pop, dalla Corea con furore

Prima Ora 03.04.2026, 18:00

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